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8 settembre 1943

 

UNA SCELTA OBBLIGATA

 

Alberto Marenga

 

In precedenza abbiamo riportata la testimonianza di due ex-combattenti, uno dei quali, rientrato fortunosamente in Patria, dopo un anno di dura guerra partigiana con la Divisione Italiana Garibaldi, scelse di continuare la lotta con il btg. Alpini “Piemonte”, mentre l'altro, internato in Germania, optò invece per la R.S.I.

Ma ci fu anche chi non ebbe, o quasi, possibilità di scelta e dovette subire gli eventi che gli erano precipitati addosso: alcuni reparti ebbero il tempo di reagire, altri, isolati e privi di ordini, consegnarono le armi senza combattere. In qualche caso, vennero caricati sui treni con l'inganno. Destinazione "per tutti" la prigionia. Ma, che, anche questo va detto, non fu eguale "per tutti".

 

Romolo DE MARIA, classe 1921, radio marconista, si trovava ad Atene

All'annuncio dell'armistizio, dopo l'8 Settembre, i Tedeschi ci informarono che ci avrebbero condotti in Italia per continuare la guerra contro gli anglo-americani. Ci lasciarono gli zaini, viveri ed armamento e ci ordinarono di salire su una tradotta; compimmo un lungo giro, dissero - per evitare le bande di Tito che infestavano la Jugoslavia – e attraverso Macedonia,  Bulgaria, Romania e Ungheria giungemmo in Austria, a Vienna.

Solo allora ci rendemmo conto di essere stati ingannati; durante il viaggio, durato 22 giorni, ognuno di noi aveva pensato ai progetti da realizzare quando sarebbe arrivato in Italia: chi voleva raggiungere la famiglia e chi rifugiarsi presso amici o parenti; All’arrivo a Vienna, invece, ci scontrammo con la cruda realtà. I Tedeschi ci disarmarono e, dopo averci chiusi in vagoni bestiame, ci avviarono ai campi di concentramento.

Arrivammo a Trier, in Renania, ai confini con la Francia. Ci condussero in un grosso baraccone e rimanemmo in quel posto circa un mese, dormendo per terra su uno strato di segatura bagnata. Eravamo oltre un migliaio addossati gli uni agli altri. In seguito cominciarono a smistarci in vari campi e fui trasferito a Fokelbach, in un campo non molto grande.

In questa città c'erano molte fabbriche presso le quali noi prigionieri lavoravamo; fui destinato in uno stabilimento, il cui nome era "Schultz", che produceva pezzi per cannoni e carri armati, ed assegnato al caricamento dell'altoforno.

Il campo era formato da baracche ed i prigionieri erano divisi per nazionalità, in ogni baracca ne erano alloggiati circa un centinaio; al centro era situata una stufa.

L’alimentazione anche se scarsa era sufficiente per tenerci in piedi; l’alimento base era il miglio, per la maggior parte in zuppa, poi patate o barbabietole e un poco di margarina con una fetta di pane nero, spesso coperto di muffa; al mattino ci distribuivano un intruglio che sembrava orzo. Rimasi a lavorare in questa fabbrica per circa otto mesi, poi durante uno dei soliti bombardamenti americani a cui era sottoposta quella zona, lo stabilimento fu distrutto e ci spostarono in una città vicina: Saarbukrn. Questo fu un periodo di continui e intensi bombardamenti. Nelle poche ore di pausa tra le ondate degli attacchi i tedeschi ci portavano a riparare i danni causati dalle bombe. Forse i momenti peggiori sono stati proprio quelli durante i bombardamenti incessanti a cui eravamo sottoposti.

 

Salvatore IACCARINO, classe 1914, artiglieria a cavallo, si trovava a Durazzo

In Albania sbarcammo a Durazzo dove ricevemmo l'ordine di avanzare subito verso la prima linea. Spostarci su quelle strade di montagna era molto difficile, in alcuni tratti i cavalli non riuscivano ad andare avanti nonostante spingessimo insieme a loro e, in un punto, stavamo precipitando in un burrone. Arrivati in linea trovammo tutti i nostri soldati morti e soltanto qualche superstite; i Greci ci attaccarono subito e ci accerchiarono ma per fortuna arrivarono i Tedeschi e ci salvarono.

Rimanemmo a presidiare quella zona per due anni; eravamo accampati in tende e si stava abbastanza bene.

Nel settembre del 1943, dopo l'armistizio, i Tedeschi ci fecero prigionieri e ci chiesero di collaborare e combattere con loro: io rifiutai perché non avrei mai potuto combattere contro i miei connazionali!

Ci incolonnarono e ci misero in marcia per condurci in Germania; attraversammo a piedi tutta la Jugoslavia e, dopo molti giorni, arrivammo in un campo di concentramento tedesco. Dopo poco un gruppo di noi fu portato in Austria, a Vienna, a lavorare in una fabbrica di vagoni ferroviari. Stavamo in baracche e ci dirigeva un vecchietto austriaco che odiava i Tedeschi; egli mi prese a benvolere e si adoperava in modo che non mi maltrattassero.

Il periodo di prigionia trascorse abbastanza bene e dopo quasi due anni rimpatriai in Italia.

 

Raffaele BALDISSERI, classe 1918, artiglieria contraerea, si trovava a Rodi

La mattina del 9 o 10 settembre 1943 dalla nostra postazione non notavamo alcun movimento di automezzi, né di macchine, né di camions o biciclette. La cosa ci sembrò molto strana ed anche il comandante pensava che non fosse un buon segno. All’improvviso sentimmo colpi di artiglieria e alcuni proiettili caddero non molto lontano dalla nostra batteria. Più tardi udimmo alcune voci che gridavano ordini, ma non in italiano; arrivarono alcuni fanti tedeschi guidati da un colonnello; non capivamo quello che dicevano ma furono chiare invece le loro intenzioni quando vedemmo due mitragliatrici piazzate per terra e puntate contro di noi.

Non sapendo cosa fare, in mancanza di ordini, ci arrendemmo e consegnammo le armi; poi insieme ai soldati delle altre batterie ci radunarono ed in fila ci con­dussero all'aeroporto.

Solo allora sapemmo che era stato firmato l'armistizio con gli alleati ed i Tedeschi stavano compiendo rappresaglie contro gli Italiani. Ci distribuirono pale e carriole e ci ordinarono di riempire le buche causate dai bombardamenti americani del giorno precedente.

Dopo alcuni giorni dall'aeroporto di Maritza ci trasferirono ad un altro più piccolo, nella parte opposta dell'isola. Su questo campo di atterraggio erano in sosta sei o sette Junker 88 tedeschi; ci ordinarono di salire su questi aerei e ci trasportarono al Pireo. Arrivati ad Atene, ci condussero alla stazione ferroviaria dove salimmo su alcuni vagoni bestiame; eravamo circa quaranta prigionieri in ogni vagone, poi i portelloni si chiusero ed il treno partì.

La prima tappa fu in Bulgaria, a Sofia, dove ci diedero qualcosa da mangiare; non ricordo quanto tempo rimanemmo fermi, poi il treno riprese la marcia e si fermò soltanto a Belgrado.

Dal momento della cattura a quello dell'arrivo a Belgrado erano trascorsi alcuni mesi e non ricordo il tempo che mi fermai in ogni località, comunque eravamo in pieno inverno. Il paesaggio intorno a noi era tutto coperto di neve ed il freddo insopportabile; in quei grossi capannoni non si riusciva a dormire, passai tutta la notte camminando avanti e indietro nel tentativo di scaldarmi.

Il giorno seguente ci radunarono, ci divisero in gruppi e ci condussero a lavorare. Insieme ad altri dieci prigionieri, salimmo su un camion che ci condusse presso una cava di pietra;  Faceva sempre freddo ed il cibo era scarso; ricevevamo un pezzo di pane nero al giorno per cinque persone e un mestolo di brodaglia: riuscivo ad andare avanti a stento.

Nell'aprile del '44, un giorno, suonarono le sirene dell'allarme aereo e subito dopo arrivarono centinaia di quadrimotori americani che cominciarono a lanciare bombe. Riuscii a ripararmi in un rifugio di cemento, insieme ai Tedeschi, mentre un centinaio di altri prigionieri si rifugiarono in un ricovero scavato nel terreno. Quando il bombardamento ebbe termine e cessò l'allarme, uscendo dal rifugio notai immediatamente che l'altro ricovero era stato colpito dalle bombe ed era diventato un cumulo di terreno sotto il quale, purtroppo, erano rimasti i nostri compagni.

Intanto cominciava a circolare la voce che alcuni prigionieri riuscivano a scappare e a raggiungere i partigiani slavi; anch'io cominciai a pensare di fare la stessa cosa.

Un giorno durante un altro bombardamento e approfittando della confusione che si era creata riuscii, insieme ad un altro gruppetto di compagni, a raggiungere la sponda del Danubio.

Qui ci vennero incontro alcune donne che, vedendo il nostro stato, ci offrirono subito qualcosa da mangiare; poi arrivò un giovane e parlando in italiano ci rassicurò dicendoci di non aver paura perché eravamo tra amici. Questo ragazzo ci condusse al comando dei partigiani. Rimasi con i partigiani slavi circa quindici mesi; non avevamo mai un posto fisso; era un continuo spostarsi in quelle zone ma senza mai combattere.

Il nostro compito era soltanto quello di collaborare aiutandoli in varie occupazioni. Il cibo era abbondante ed eravamo benvoluti, lavoravamo volentieri e godevamo della loro fiducia anche se non ci affidavano armi.

Quel periodo trascorse piuttosto bene poi un giorno ci dissero che i Tedeschi erano in ritirata e tra poco saremmo ritornati a casa.

 

Gennaro GARGlULO, classe 1919, artiglieria someggiata, si trovava a Le Lavandou; vicino a St. Tropez.

Il 9 settembre il nostro comandante, dopo aver parlato con un ufficiale tedesco, ci radunò ordinandoci di consegnare le armi; qualcuno non era d'accordo ma alla fine ubbidimmo tutti. I Tedeschi per tramite di un interprete, ci fecero sapere che potevamo scegliere se combattere con loro, lavorare oppure essere trasferiti in Germania. Io, insieme ad altri cinquanta Italiani, decisi di lavorare.

Fummo trasferiti, cosi, a S.Maries-De-La-Mer, vicino Marsiglia dove c'erano delle spiagge molto estese ed i Tedeschi ci impiegarono nella costruzione di fortificazioni. Si trattava soprattutto di postazioni per mitragliatrici erette per ribattere un eventuale sbarco alleato.

Nel giugno del 1944, invece, lo sbarco fu effettuato in Normandia ed i Tedeschi poco dopo si ritirarono lasciandoci liberi.

Invece per me iniziava un altro brutto periodo. Arrivarono, infatti, i partigiani francesi che ci fecero prigionieri e ci internarono in un campo di concentramento. I Francesi erano anche peggiori dei Tedeschi, ci odiavano e ci trattavano brutalmente: peggio delle bestie! In sei mesi da ottantaquattro chili arrivai a pesarne cinquantatrè!

Dopo questo primo periodo trascorso al campo, dove il cibo era scarsissimo ed anche schifoso, mi spedirono a lavorare sui Pirenei dove i Francesi stavano costruendo una centrale elettrica. Qui si mangiava quasi regolarmente. Dopo circa sei mesi insieme ad altri cinque prigionieri, riuscimmo a scappare.

Appena giunti a Nizza cercammo la sede della Croce Rossa chiedendo protezione. Rimanemmo a Nizza ancora un paio di mesi, poi fu formato un treno che trasportò tutti i prigionieri in Italia.

 

Vincenzo DI MAIO, classe 1915, imbarcato durante il servizio di leva su una corazzata: venne invece richiamato in fanteria.

Ebbi la cartolina di richiamo il 10 agosto 1942 e mi presentai a Udine presso il 255° Rgt. Fanteria; fui poi mandato a Gorizia e quindi a San Vito di Vipacco, nell'attuale Croazia.

A San Vito di Vipacco c'era una caserma del reggimento e li venni aggregato ad una compagnia addetta ai rastrellamenti di partigiani, sulle montagne circostanti il paese. All'arrivo il comandante ci informò che non eravamo in zona di guerra, ma probabilmente era anche peggio; ci spiegò che il nemico da affrontare si poteva nascondere dappertutto ed attaccare di sorpresa, in qualsiasi momento e in qualsiasi posto, perciò dovevamo tenere gli occhi ben aperti.

Durante questi rastrellamenti non catturavamo quasi mai nessuno; spesso trovavamo rifugi abbandonati da poco tempo e con il fuoco ancora acceso, segno che c'era stato qualcuno fino a poco tempo prima. Qualche volta abbiamo trovato anche armi abbandonate; i partigiani avevano molti cani che fiutavano il nostro arrivo e vedette appostate in punti strategici; riuscivano pertanto quasi sempre a scappare prima del nostro arrivo.

Erano armati anche meglio di noi, con armi automatiche; tra loro c'erano molte donne in gamba e coraggiose, brave anche a sparare, inoltre molti erano italiani o lo parlavano bene.

Una volta catturati venivano condotti in caserma, interrogati e quindi mandati in prigione, a Gorizia. Ne abbiamo arrestati diversi ma non ho mai visto uno di loro piangere o chiedere pietà, era gente dura e decisa, comprese le donne.

Infine arrivò l'armistizio. Il mattino del 9 settembre mi trovavo a San Vito di Vipacco insieme ad altri quindici compagni, il resto della compagnia era in giro per rastrellamenti. Ero smontato di guardia da pochi minuti quando arrivarono una diecina di partigiani armati che ci dissero di andare via, poiché era stato firmato l'armistizio e la guerra era finita. Alcuni di loro volevano ucciderci ma, alla fine, ci lasciarono andare via consigliandoci di scappare in piccoli gruppi di cinque o sei persone.

 

 

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