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8 settembre 1943

 

DAL MARE AL FILO SPINATO

 

Alberto Marenga

 

 

Un destino particolare coinvolse molti marinai che, imbarcati inizialmente sulle navi, vennero in un secondo tempo assegnati a reparti di terra. O furono catturati a terra ove si erano venuti a trovare perchè le navi erano in porto, o in darsena per riparazioni, o in quanto sbarcati per i più svariati motivi. Se non arruolati sin dall'inizio nella fanteria di marina, il btg. San Marco. Cosicché conclusero la loro vita militare, iniziata sul mare, dietro ai reticolati dei campi di prigionia. Prigionia che non fu soltanto quella dei campi di sterminio, dei forni crematori. Quella testimoniata dagli scheletri delle macabre, raccapriccianti fosse comuni.

Vi furono infatti, anche se nessuno, o quasi, ne parla, campi di internamento dove i prigionieri, pur subendo angherie e privazioni non da poco, vennero tenuti in vita per essere utilizzati nell'industria bellica o dovunque vi fosse necessità di manodopera, costretti a pesantissimi turni di lavoro nelle miniere, esposti nelle fabbriche continuamente sottoposte a bombardamenti aerei. Moltissimi persero egualmente la vita per malattie, denutrizione, freddo, ma molti riuscirono a sopravvivere. E, nonostante disagi, rischi e sofferenze inaudite, ne vennero fuori, ritornando alle proprie case.

 

Alessandro FASULO, classe 1923, chiamato in marina, venne assegnato ad una batteria costiera nell’isola di Lero. Dopo l’8 settembre, combattè a fianco degli inglesi contro i tedeschi. Fatto prigioniero, sopravvisse ad una serie incredibile di peripezie.

Nel pomeriggio dell’8 settembre arrivò il postino dal comando difesa dicendo che si vociferava dell'armistizio, poiché un radiotelegrafista aveva captato la notizia da una radio egiziana. Alle otto di sera arrivò l'annuncio ufficiale dal comando dell'isola: il Maresciallo Badoglio aveva firmato l'armistizio con gli alleati anglo-americani!

Alla notizia cominciarono le grida di gioia: chi suonava la sirena, chi sparava per aria e chi  si abbracciava; l'unico della batteria a non essere contento ero io! Dicevo ai miei commilitoni: “Attenzione, la guerra inizia adesso! I Tedeschi non saranno certamente contenti!” Infatti durante il viaggio per raggiungere la destinazione in Egeo, da Taranto a Venezia e poi da Venezia ad Atene mi ero reso conto della presenza dei Tedeschi nei punti strategici. Dove c'era una stazione radio c'era un loro presidio, cosi sui treni e sulle navi; anche le strade di maggiore importanza erano controllate da loro postazioni. Insomma l'Italia e i paesi occupati erano nelle loro mani e nell'annuncio ufficiale si confermava questa mia paura, perché in esso si ordinava agli Italiani di difendersi da attacchi da qualsiasi parte provenissero: nel mio ragionamento, l'attacco poteva provenire solo da una parte, da quella tedesca!

All'alba del 14 settembre nel porto di Lero entrarono due cacciatorpediniere inglesi; volevano tentare di sbarcare per liberare l'isola. Verso le otto, invece, arrivarono alcuni aerei tedeschi in picchiata che bombardarono i cacciatorpediniere e ne affondarono uno. Nel pomeriggio ritornarono e ripresero il bombardamento, affondando anche l'altro: a bordo di quelle navi vi furono molti morti; comunque gli Inglesi erano riusciti a sbarcare parecchi uomini con armi e munizioni.

Una mattina di novembre (mi sembra il 10 o il 12) arrivarono numerosi mezzi da sbarco tedeschi che scaricarono sotto il tiro delle batterie ancora funzionanti, una grande quantità di uomini e armi. I Tedeschi cominciarono ad attestarsi e dopo un paio di giorni ricevettero l'aiuto di paracadutisti che, nonostante le grosse perdite subite tagliarono in due la nostra resistenza e conquistarono quasi tutta l’isola. Il 18 novembre gli Inglesi si arresero seguiti da noi il giorno successivo. Tutta l'isola era stata occupata dai Tedeschi e i prigionieri erano oltre dodicimila, tra soldati e marinai sia Inglesi che Italiani.

Dopo un paio di giorni ci radunarono, venne un ufficiale tedesco che tramite l'interprete ci informò della possibilità di aderire alla Repubblica di Salò: chi voleva poteva farsi avanti. Solo un militare di Napoli accettò la proposta ma essendo l'unico, non fu preso nemmeno in considerazione. Rimanemmo a Lero fino al 6 dicembre, quindi ci imbarcarono su una motonave diretta a Cefalonia dove furono imbarcati altri prigionieri e poi proseguimmo per il Pireo.

La tradotta era composta da carri bestiame; in ognuno dei vagoni furono fatti salire una cinquantina di prigionieri; c'erano due balle di paglia e al soffitto era appeso un secchio da usare per i nostri bisogni. I vagoni furono chiusi alla partenza e venivano aperti un paio di volte al giorno per scaricare il secchio; come cibo ci veniva distribuita una fetta di pane nero con un poco di burro o di marmellata.

Quel viaggio allucinante durò sette giorni e alla fine arrivammo a un paese nei pressi di Belgrado, Paracin: era il 29 dicembre 1943! Qui c'erano delle baracche di legno, alcune non ancora ultimate; ci fecero lavorare per completare queste costruzioni, dove  una volta ultimate,  fu sparsa della paglia per terra ed infine consegnate ai destinatari: questi erano i nostri alloggi! In ognuna di queste baracche presero posto oltre duecento persone; quando ci stendevamo non c'era spazio nemmeno per girarsi.

Il primo gennaio, sotto la neve che cadeva, cominciarono a portarci a lavorare. La sveglia era alle quattro, ci veniva distribuita una bevanda tiepida, che sembrava orzo, con una fetta di pane ed un pezzetto di burro. Verso le sei salivamo su un piccolo treno, formato dai soliti vagoni bestiame, che ci conduceva in un posto distante una trentina di chilometri. Qui sotto la sorveglianza di sentinelle armate, lavoravamo alla costruzione di un tratto di ferrovia, parallelo a quello già esistente; al tramonto con lo stesso treno ritornavamo alle baracche.

A mezzogiorno non ci davano niente da mangiare e la sera, al ritorno, avevamo una razione di brodaglia con qualche patata e pezzetti di qualcosa che sembrava carne di pecora. Poi stremati dalla fatica e indeboliti dalla fame e dal freddo, ci mettevamo a dormire sul nostro letto di paglia.

Dopo quaranta giorni di quel lavoro e di quella vita, una parte dei prigionieri, tra cui io, fu trasferita a Belgrado. Le condizioni migliorarono di parecchio; eravamo circa duecento, alloggiati in un fabbricato in muratura, dove c'era anche acqua e luce; per dormire avevamo dei pagliericci in legno. Ci davano da mangiare quasi normalmente ed eravamo controllati da sentinelle tedesche, quasi tutti veterani del fronte che avevano subito ferite, uomini duri ma abbastanza comprensivi.

I lavori a cui eravamo addetti per un certo periodo erano di vario genere, ad esempio riempire buche provocate dai bombardamenti o ricostruzioni di muri e case ecc. Poi, ci impiegarono come manovalanza su alcune bettoline, sul fiume Danubio.

Rimasi a Belgrado undici mesi e devo dire che non si stava male; certo eravamo dei prigionieri e dovevamo lavorare per la gente che ci teneva in quella condizione, ma non avevamo scelta se volevamo tornare a casa.

Eravamo arrivati ormai all’ottobre 1944. Nei giorni precedenti si sentivano cannonate in lontananza e tutti dicevano che i russi stavano sfondando le linee tedesche; una mattina poi cominciarono ad udirsi raffiche di mitragliatrici, segnale che i Russi erano vicini. I Tedeschi allora, ci incolonnarono ordinandoci di marciare. Avevano radunato tutti i prigionieri che stavano a Belgrado, circa 15.000 persone; marciammo per cinque giorni e cinque notti, la colonna era lunghissima ed i soldati tedeschi ci controllavano ai lati. La notte ci fermavamo e, accovacciati per terra, riposavamo qualche ora; da mangiare non avevamo niente. Non so quante persone non ce la fecero ad andare avanti, eravamo tanti!

Dopo cinque giorni ci diedero un pezzo di pane da dividere ogni cinque persone. Eravamo arrivati, intanto in un paese il cui n6me non ricordo bene, forse Mitrovica. I Tedeschi dissero che servivano cento persone per lavorare in quel paese.

Ci organizzarono in gruppi di venticinque. Ad ogni gruppo fu affidata una mandria di circa duemila capi di bestiame, vacche, vitelli, pecore e capre, da condurre chissà dove! Nel mio gruppo ero l'unico marinaio, gli altri erano tutti alpini; questa marcia con il bestiame durò per ventotto giorni.

Durante il percorso si perdevano parecchi animali, era difficile controllarli tutti, molti altri invece morivano o venivano abbattuti.

Attraversammo la Croazia ed entrammo in Ungheria; durante la notte cercavamo di riunire gli animali e dormivamo dove capitava.

Alla fine di novembre giungemmo a Graz, in Austria; dei duemila capi che ci erano stati assegnati alla partenza ne giunsero a destinazione circa ottocento.

Qui tutto il bestiame fu macellato e noi dovemmo aiutare i Tedeschi in questa operazione; in un paio di giorni il lavoro fu completato e quindi fummo condotti a Vienna dove, sulle colline, c'era un campo di concentramento denominato 11° A. Intanto eravamo a dicembre ed era arrivata la neve ed il gelo.

Nonostante il freddo insopportabile ci facevano alzare prima dell'alba e ci conducevano al lavoro. Dopo una marcia di una diecina di chilometri arrivavamo in un posto dove dovevamo scavare delle trincee; ma con quel freddo e con il terreno gelato era impossibile lavorare,

Dopo quaranta giorni di quella vita, eravamo ormai ai primi di gennaio del 1945, i Tedeschi radunarono 700 prigionieri e ci caricarono su alcuni vagoni bestiame: si diceva che la nostra destinazione fosse la Prussia. Il viaggio fu allucinante!

Le condizioni erano peggiori rispetto al precedente; eravamo una sessantina per ogni vagone, con le solite due balle di paglia ed il secchio per i nostri bisogni, agganciato al soffitto.

Nei vagoni il puzzo era insopportabile e i portelloni venivano aperti solo per scaricare il secchio. Fummo sballottati da una parte all’altra nemmeno gli stessi tedeschi sapevano dove condurci, oppure le zone erano già occupate dai russi: questo calvario durò trentacinque giorni.!

Durante il viaggio rimanemmo anche cinque giorni consecutivi senza avere un pezzetto di pane e cinque prigionieri. morirono; infatti i più deboli non ressero alla fame e al freddo.

Alla fine arrivammo a Zeithain, un centinaio di chilometri a sud di Berlino, dove c'era un campo contumaciale; eravamo sporchi e pieni di pidocchi, avevo una maglietta di Marina che se la poggiavo per terra si muoveva, tanto ne era piena.

Altri tre compagni morirono durante l'operazione di pulizia; due morirono, invece, durante la notte in seguito ad indigestione. Il fisico, ormai debilitato, non aveva retto; erano diversi giorni che non mangiavamo e quel poco che ebbero quella sera fu divorato con ingordigia e fu loro fatale.

Partii così per il campo di concentramento di Muhlberg, poco distante da Zeithain!

Questo campo era formato da baracche di legno in ognuna delle quali erano alloggiati circa duecento prigionieri; i letti erano dei pagliericci di legno su due piani. le baracche erano assegnate a gruppi di prigionieri di diversa nazionalità ed ogni gruppo aveva una baracca che faceva da infermeria; le latrine, invece, erano comuni a tutti ed erano situate anch'esse in una baracca; c'erano circa trecento tazze alla turca e dei lunghi lavabi con alcuni rubinetti per l'acqua. Eravamo circa quarantamila prigionieri tra Italiani, Polacchi, Russi, Slavi e Rumeni. Fummo poi assegnati al lavoro in fabbrica come addetti alle pulizie o ai lavori vari, raramente nelle campagne.

Soltanto i prigionieri italiani e quelli russi non ricevevano mai pacchi della Croce Rossa. Dopo un paio di mesi, però, verso il 10 aprile 1945, arrivò anche per noi un pacco (fu l'unica volta), dicevano spedito dall'Esercito Italiano e che conteneva gallette, zucchero, marmellata, riso, cioccolata ed altro. I nostri ufficiali proposero di donare qualcosa, dai nostri pacchi, ai prigionieri russi che non avevano ricevuto niente e questi rimasero piacevolmente sorpresi dalla nostra bontà: era un atto di solidarietà mai visto prima.

Verso i primi di  maggio si sentivano colpi di artiglieria molto vicino a noi. Una mattina vidi alcuni soldati a cavallo.

Il gruppo di soldati russi a cavallo, entrò nel campo e parlò con alcuni ufficiali russi, prigionieri. Sapemmo poi, che avevano raccomandato di non muoversi ed aspettare l'indomani. Il giorno dopo ritornarono dicendo che potevamo uscire e ci diedero carta bianca nei confronti dei Tedeschi; se qualcuno aveva ricevuto qualche sopruso poteva vendicarsi entro i successivi venti giorni.

 

Enrico VESPOLI, classe 1923, era imbarcato su una nave posamine la cui base era al porto del Pireo.

La sera dell'8 settembre ero sotto coperta e riposavo nella branda quando sentii gridare e battere le mani. Salii di sopra, tutti si abbracciavano perché era stato firmato l'armistizio e la guerra era finita; il capitano di vascello che dirigeva la posa delle mine ammonì tutti richiamandoci alla calma poiché la guerra non era finita, anzi sarebbe cominciata adesso: infatti il giorno dopo arrivarono i Tedeschi e ci fecero prigionieri!

I Tedeschi mi condussero in Austria in un campo dove c'erano circa settemila prigionieri, molti di loro morivano per la fame; vidi alcuni alpini e bersaglieri molto alti e robusti che in tre mesi morirono dopo essere diventati magri da fare impressione.

Dopo tre mesi, durante i quali avevo svolto diversi lavori di manovalanza, feci domanda di imbarco sui sommergibili per combat­tere con i Tedeschi. Siccome sapevo che i sommergibili tedeschi avevano base a Livorno e al Pireo pensai, non appena avessi messo piede in Italia, di scappare a casa; purtroppo non fui assegnato ai sommergibili ma imbarcato su un M.A.S. tedesco di base al Pireo. Prestai il giuramento e mi consegnarono la divisa tedesca; E cominciai così a fare servizio a bordo di questa silurante; ero marinaio, senza incarico di addetto alle armi.

Una volta mentre eravamo in navigazione fummo attaccati e mitragliati da un aereo inglese che danneggiò la motosilurante; il M.A.S. fu portato in bacino per le riparazioni ed io destinato ad una batteria contraerea tedesca. Appena mi fu possibile scappai via e mi rifugiai presso una famiglia greca che già conoscevo. Rimasi nascosto per un po', quindi mi aggregai ai ribelli greci che combattevano contro i Tedeschi; purtroppo, dopo quaranta giorni fui catturato dalle SS e spedito in Germania. Vi rimasi circa due mesi, poi mi mandarono di nuovo in Grecia, questa volta a lavorare.

Con i Tedeschi ero impegnato per lo più nel trasporto di munizioni sulle montagne; ma loro ormai erano in ritirata, così ad un certo punto ci lasciarono liberi e scapparono. Ci trovavamo in Macedonia e non sapevamo dove dirigerci; tra i prigionieri c'era un capitano italiano che aveva trovato alcune carte della zona, si mise al comando di questo gruppo e ci condusse con lui attraverso tutta la Jugoslavia, fino a Trieste, nel territorio italiano. Non ricordo quanti giorni impiegammo ma riuscimmo ad arrivare in Italia.

 

Mosè GARGIULO, classe 1918, dopo quattro anni di imbarco su un incrociatore, venne destinato a terra, a Pola.

All'annuncio dell'armistizio ero a Pola. Alcuni Tedeschi fecero irruzione negli edifici della scuola e cominciarono a sparare ai vetri. Il comandante della scuola ci informò che i Tedeschi ci avrebbero permesso di scegliere: lavorare in Germania, collaborare con loro oppure ritornare a casa. Tutti scegliemmo di tornare a casa, ma si trattava di una sporca menzogna detta per tenerci buoni! Al contrario ci costrinsero a salire su un treno, chiudendoci in vagoni bestiame, e ci portarono in Germania.

Arrivammo. a Neubrandenburg, a nord di Berlino, dove ci smistarono in un campo molto piccolo, da qui ci portavano a lavorare in una miniera di sale. Il campo era formato da una quindicina di baracche, in ognuna eravamo alloggiati in quindici; dormivamo in pagliericci a due piani, nel mezzo c'era una stufa a carbon fossile, le latrine erano in una baracca a parte.

La miniera era profonda 608 mt! Scendevamo con l'ascensore, poi dovevo camminare cinque o sei chilometri per raggiungere il posto di lavoro: ero addetto al riempimento dei carrelli.

Il mangiare era appena sufficiente. Al mattino ci distribuivano una bevanda che sembrava tè; a mezzogiorno, invece, quattro o cinque patate con un poco di burro; il pane ci veniva distribuito settimanalmente, la razione consisteva in una pagnotta.

Rimasi a lavorare in questa miniera diversi mesi, poi mi trasferi­rono in uno stabilimento adibito alla produzione dello zucchero, estratto dalle barbabietole. Abitavamo in un grosso capannone con al centro una stufa a carbone; ricordo che vi arrostivamo le patate dopo averle infilate in un fili di ferro. Dopo quattro mesi, terminata la lavorazione dello zucchero mi portarono, insieme ad altre dieci persone, a lavorare in un cimitero, a Demmin poco distante da Neubrandenburg; il lavoro consisteva nello scavare buche per seppellire i cadaveri.

Poco tempo dopo i soldati tedeschi che ci controllavano cominciarono a sparire; non capivamo il motivo ma poi tutto fu chiaro quando subito dopo arrivarono i russi che ci liberarono.

 

Gennaro DI GREGORIO,classe 1921, dopo aver partecipato a numerose missioni di guerra sulla torpediniera in cui era imbarcato, si trovava nel porto di Patrasso.

All'annuncio dell'armistizio ci trovavamo a Patrasso per rifornimento. Alcuni Tedeschi si presentarono a bordo e si fecero consegnare le armi, poi ci costrinsero a sbarcare dalla nave e ci caricarono su un treno dicendoci che saremmo tornati in Italia. Ben presto ci accorgemmo che non eravamo diretti in Italia!

Il treno era formato da vagoni bestiame e in ognuno fecero entrare una quarantina di prigionieri. Attraversammo la Romania e la Bulgaria ed arrivammo in Germania, a Bleicherode, nei pressi di Gottingen. Durante il viaggio, che durò circa tre giorni, ci arrangiammo con gallette e qualche scatoletta che avevamo racimolato a bordo; i Tedeschi ci fecero scendere dal treno solo qualche volta, nelle stazioni, per le necessità fisiologiche.

Da questo piccolo paese mi spostarono a Dortmund ed infine a Neubrandenburg, in un campo formato da baracche piccole ma abbastanza pulite e riscaldate; eravamo circa 170 prigionieri italiani. Ogni giorno dal campo ci portavano a lavorare in una miniera di sale, profonda 608 metri.

Dopo un mese di lavoro in miniera fui assegnato alla pulizia del campo; dovevo spazzare, lavare i lavabi e le latrine, quindi provvedere a rifornire le stufe di carbon fossile: il lavoro era faticoso ma sicuramente migliore di quello in fondo alla miniera.

Dopo quindici mesi mi trasferirono in un altro paese per lavorare in una fabbrica di vagoni ferroviari; eravamo una ventina e alloggiavamo in una baracca sorvegliata da una sentinella. Poco tempo dopo ottenemmo la semilibertà, andavamo a lavorare in fabbrica e poi eravamo liberi di girare per il paese;

Quando venni informato che tra non molto sarebbero arrivati gli Americani, insieme ad altri quattro decidemmo di andargli incontro. Una pattuglia ci condusse presso il comando; arrivati ci trovammo in mezzo a cassette di biscotti, cioccolata, sigarette e scatolette di ogni genere ci buttammo a capofitto cercando di afferrarne quanto più possibile, ma un soldato ci bloccò imprecando in dialetto napoletano: era un italo americano e disse che quello non era il modo di fare e che ci avrebbero dato di tutto, ma con calma.

 

Luigi SBARATTA, classe 1922. Arruolato nel Rgt. S.Marco, dopo aver combattuto in Tunisia, rimpatriato per ferita, venne destinato a Pola dove si trovava nel settembre 1943.

Il 18 settembre arrivarono i Tedeschi: pochi di loro fecero prigionieri circa quarantamila Italiani!

Ci imbarcarono su alcuni piroscafi e ci portarono a Venezia dove rimanemmo fermi due giorni; poi ci caricarono su alcuni vagoni bestiame, circa una cinquantina per ogni vagone, e partimmo senza conoscere la nostra meta. Durante il viaggio creammo un buco sul fondo del vagone, che veniva usato per i bisogni, quando qualcuno non resisteva più.

Dopo due giorni arrivammo in un paese chiamato Dettelbach, al centro della Germania; i Tedeschi scelsero una cinquantina di prigionieri tra cui ero anch'io, e li assegnarono a lavorare in una fabbrica di zucchero.

Fu un buon periodo quello trascorso a Dettelbach, ma dopo sei mesi, finita la campagna dello zucchero ci trasferirono a Bochum, vicino Dortmund, in un piccolo campo di circa duecento persone, dove incontrai anche altri due prigionieri di Sorrento. Fummo utilizzati come operai in una fabbrica di proiettili; anche qui non stavo male, le sentinelle erano più severe e spesso ci scappavano le botte, ma non erano cattivi.

Dopo due anni, fummo liberati dagli Americani, ma le sentinelle tedesche già il giorno prima erano sparite.

Il periodo di prigionia non è stato molto duro per me e non ho mai pensato di rimanere ucciso, riuscivo ad affrontarlo con sufficiente tranquillità. Qualche volta ho scritto a casa, altre volte, invece, i Tedeschi preparavano una specie di baldacchino, una sorta di stazione radio, e ogni prigioniero comunicava da un microfono il nome e il luogo di provenienza: questi messaggi dovevano arrivare in Italia per assicurare le famiglie.

 

 

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