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8 Settembre 1943

 

TRAGEDIA ANCHE SUL MARE

 

Alberto Marenga

 

 

Uno degli aspetti "dimenticati", o di cui comunque si parla troppo poco, della 2a guerra mondiale, è stato il contributo di valore e di sangue dato dai nostri marinai, per lo più meridionali.

Ed ecco allora la testimonianza di uno di loro che, imbarcato sulla corazzata ROMA, colpita a morte da due bombe di aereo lanciate da Stukas tedeschi, riuscì a salvarsi aggrappato ad una zattera dalla quale assistette all'affondamento della nave spezzata in due dall'esplosione della S.Barbara, ed alla morte di oltre due terzi dell'equipaggio.

O quella di un altro testimone oculare, che si trovava poco lontano, sull'incrociatore MONTECUCCOLI.

Per non parlare del generoso ed eroico comportamento di un altro giovane marinaio che, pur ferito, cedette il proprio salvagente ad un collega più anziano "perché teneva famiglia e non sapeva nuotare" e lo trasse in salvo.

Qualche tempo dopo, accolto da una famiglia veneta, per accudire al bestiame, affronta da solo, disarmato, un gruppo di SS che stavano maltrattando i due anziani padroni di casa, e, qualificandosi come ex-combattente e mostrando loro le cicatrici delle ferite, li richiama al loro dovere di soldati. Con l'incredibile finale che l'Ufficiale comandante del gruppo si mette sull'attenti, gli stringe la mano, e se ne va con i suoi.

 

Luigi AVERSA, classe 1922,era imbarcato sulla corazzata ROMA e fu uno dei 596 superstiti sui 1948 marinai della nave.

Nella notte tra l'8 e il 9 partimmo da La Spezia e durante la navigazione eravamo in stato di preallarme. Fatto giorno notai delle montagne in lontananza (forse la Corsica). Più tardi comparvero due aerei che girarono intorno alla nave e poi si allontanarono, mentre un altro ci accompagnò per tutta la mattinata mantenendosi però molto alto..

Intorno alle 15.00 suonò l'allarme ed arrivò l'attacco aereo.

Sentii un sibilo, quindi un forte scoppio proveniente da un lato della nave e l'altoparlante che chiamava la squadra dei pompieri ai locali quarantuno, situati sul lato destro della nave. Subito dopo si udì un'esplosione violentissima seguita da scoppi continui. Non capivo se fossero bombe da aereo o le munizioni di bordo: si era scatenato l'inferno intorno a noi!

Guardando verso prora vidi un'altissima colonna di fuoco ed il torrione di comando inclinato, mentre la torre n. 2 era sparita. Insieme ad altri mi arrampicai sulla torre dei 381, sganciammo i due zatteroni rimasti e li lanciammo in mare. Mi avviai quindi verso la murata, mi spogliai degli indumenti e mi tuffai in mare. Nuotai fino a raggiungere una zattera a cui mi aggrappai; la mia paura era il risucchio della nave che stava per affondare. La zattera era già piena, c'era anche un morto e qualche ferito. Sempre aggrappato alla zattera assistetti all'affondamento della nave che, dopo una tremenda esplosione, si era spezzata in due tronconi. Il risucchio trascinò sott'acqua molti marinai che ancora erano nei pressi della nave. Io, finalmente, riuscii ad entrare nella zattera, e dopo circa due ore fummo raccolti dal cacciatorpediniere MITRAGLIERE.

Una volta raccolti i naufraghi le unità che si erano distaccate dalla squadra fecero rotta verso la costa spagnola.

Giungemmo a porto Mahon, nell'isola di Minorca dove ci sbarca­rono e prestarono soccorso; le navi, invece, furono sequestrate dalle autorità spagnole. Rimanemmo a porto Mahon quattro mesi, poi ci trasferirono a Barcellona e da qui in treno fino ai confini con la Francia, sui Pirenei. Dopo sei mesi ci portarono a Gibilterra dove, imbarcati sull'incrociatore DUCA D'AOSTA rientrammo a Taranto.

 

Alfredo CILENTO, classe 1919 era imbarcato sull'incrociatore MONTECUCCOLI ed assistette dalla sua nave, all'affondamento della corazzata ROMA.

All'annuncio dell'armistizio ci trovavamo a La Spezia. Dopo il comunicato di Badoglio alla radio, un ufficiale ed altri dell'equipaggio volevano l'autoaffondamento del MONTECUCCOLI perché ritenevano che una nave così gloriosa non potesse essere consegnata al nemico.

Salpammo da La Spezia con tutta la squadra navale nella notte sul 9 settembre e arrivati alla Maddalena proseguimmo perché l'isola era occupata dai Tedeschi. Poco dopo, mentre ero di vedetta, arrivò un attacco aereo da parte di Stukas tedeschi che bombardarono le nostre navi; una bomba colpì la corazzata ROMA provocando una forte esplosione che alzò un'altissima colonna di fumo e fiamme. Attraverso il binocolo vidi chiaramente la nave spezzarsi in due ed affondare in pochi minuti con tutti quei poveri marinai! Fu un episodio impressionante, vedevo i naufraghi tentare di lanciarsi in mare mentre la nave stava affondando: rimasi molto scosso!

Dopo questa triste vicenda ci dirigemmo verso Gibilterra,

L'internamento nella rada di Gibilterra durò più di un mese;

Finalmente arrivò l'ordine di partenza; ci trasferimmo a Palermo ed entrammo a far parte della scorta dell'incrociatore americano BROOKLYN.

In seguito lasciammo il BROOKLYN e continuammo il servizio da soli, navigando tra Cagliari, Palermo e Napoli e trasportando soprattutto soldati italiani che rientravano.

 

Giuseppe GARGIULO, classe 1921 si trovava a Trieste, imbarcato sulla corvetta BERENICE, varata da pochi mesi.

Nel tardo pomeriggio del giorno 8, dopo aver cenato, eravamo tutti in coperta ad oziare: chi giocava a carte, chi chiacchierava. All'improvviso suonarono le sirene di tutte le navi, nel porto c'erano anche le navi scuola COLOMBO e VESPUCCI ed il transatlantico REX. Sulla banchina si vedeva un movimento di gente che gridava, qualcuno sparò per aria; anche a bordo cominciò a sentirsi un vocio, venni così a sapere che era stato firmato l'armistizio e che la guerra era finita. In quel momento vicino alla nostra nave passò un vaporetto, simile a quelli che fanno servizio per Capri, qualcuno osservando i festeggiamenti che si stavano svolgendo a bordo ci ammonì: "non fate tanta festa, la guerra non è finita, anzi inizia in questo momento!".

La notte passò senza che succedesse niente; il mattino seguente sembrava ancora tutto calmo ed infatti due marinai erano andati alla casermetta, sul porto, per ritirare la colazione per l'equipaggio. Poco distanti dalla nostra nave erano attraccati due cacciatorpediniere che improvvisamente lasciarono gli ormeggi e si allontanarono; i Tedeschi, che sicuramente già erano allerta aprirono subito un intenso fuoco contro i caccia. Fu il finimondo e non si capì più niente; i. cacciatorpediniere cominciarono allora ad emettere fumogeni, ed il nostro comandante diede ordine di levare gli ormeggi e di allontanarci. Dopo questa manovra, mentre stavamo uscendo dal porto, i Tedeschi cominciarono a sparare sulla nostra nave; il fuoco si fece sempre più intenso e preciso, concentrato ormai solo su di noi. Eravamo oltre un centinaio di metri fuori dal porto, quando un colpo di cannone colpì il posto di comando facendo sbandare la nave. Il ponte era spazzato dalle mitragliatrici e continuavano a cadere colpi di cannoni; io stesso fui colpito da schegge. In un primo momento non mi resi conto dove fossi stato ferito, sentii il sangue che mi colava sulla faccia e non vedevo più con un occhio.

Appena mi accorsi che la nave continuava ad imbarcare acqua da prora mi diressi verso poppa. Vicino al boccaporto incontrai altri due marinai: e un capo macchinista. Il capo macchinista, però, era sprovvisto di salvagente ed inoltre non sapeva nuotare. Visto che non c'era tempo per andare a cercarne un altro decisi di togliermi il mio e darlo a lui. Pensai: "Epiù anziano di me ed ha moglie e figli!"; inoltre sapevo nuotare bene e speravo di farcela anche se ferito. Cercai di allontanarmi il più presto possibile dalla nave perché avevo paura che, affondando, il risucchio ci avrebbe trascinato sotto; non potevo però nuotare velocemente perché dovevo tirare il capo macchinista che, nonostante il salvagente lo mantenesse a galla, comunque non sapeva muoversi.

Nel frattempo dalla riva, verso la quale ci stavamo dirigendo, era partita una barca con alcuni pescatori i quali avevano assistito all'affondamento e venivano in nostro soccorso.

Infatti ci raggiunsero e ci aiutarono a salire a bordo della barca; solo allora mi resi conto che oltre alla ferita all'occhio ne avevo un'altra. ad una gamba ed un buco molto largo alla pancia!

Mi portarono in un ospedale vicino e dopo avermi medicato mi ricoverarono all'ospedale di Trieste.

Uno degli ammalati si era molto affezionato a me; si chiamava Giovanni Nasi e proveniva dalla provincia di Rovigo; gli mancavano entrambe le gambe e lo aiutavo in tutto. Mi era molto riconoscente e volle aiutarmi anche lui in qualche modo; mi informò che la famiglia della fidanzata del fratello, che abitava in un paese vicino al suo, aveva bisogno di un guardiano per il loro podere e mi chiese se volessi trasferirmi. Non potendo far ritorno a casa, accettai la sua offerta. Partii così per il paese di Giovanni Nasi che fu contentissimo di rivedermi; poi mi fece accompagnare a Stanghella, un paese nei pressi di Rovigo, dove rimasi dal febbraio del '44 al maggio '45.

Una volta, di sera, udii bussare al cancello della masseria con molta insistenza; accorsi per vedere di che si trattasse e vidi cinque soldati tedeschi a cavallo, che indossavano la divisa delle SS.

Ero nella stalla intento a sistemare i cavalli, quando arrivò una delle figlie del padrone la quale piangendo disse che i Tedeschi avevano voluto accendere il camino e, come già sapevamo la stanza si era riempita di fumo. Questi allora erano saliti al piano superiore ed avevano costretto a scendere i due vecchi ordinando loro di dormire nella stanza piena di fumo, mentre essi sarebbero rimasti nelle stanze superiori.

Sentendo quelle parole mi si annebbiò la vista dalla rabbia e corsi verso la casa; entrai e, rivolgendomi all'interprete, gli dissi che si stavano comportando da vigliacchi nei confronti di quei poveri vecchi e che quelli non erano modi da veri soldati. Tirai fuori dalla tasca il mio congedo dicendo che anch'io ero un soldato e mostrai le ferite che avevo subito all'occhio e alla pancia. L'interprete spiegò all'ufficiale ciò che avevo detto, questi si alzò in piedi mettendosi sull'attenti e lo stesso fecero gli altri, poi mi strinsero la mano e, presi i cavalli, ripartirono. Solo allora mi resi conto del rischio che avevo corso

 

Vincenzo MOLLO, classe 1921, imbarcato sulla corazzata LITTORIO, si trovava a La Spezia.

La notte tra l'8 e il 9 settembre partimmo da La Spezia

Nel primo pomeriggio suonò l'allarme ed io andai al mio posto di combattimento, presso i timoni ausiliari. Poco dopo sentii un forte scoppio e la nave ebbe uno sbandamento: pensai subito che eravamo stati colpiti ma per fortuna la nave riprese il suo assetto.

Cessato l'allarme proseguimmo la navigazione e sapemmo che la ROMA era stata affondata. Il mio pensiero andò ai compaesani imbarcati sulla nave e di cui non si sapeva niente di preciso. Arrivammo a Malta e vi restammo due giorni, quindi ci spostammo ad Alessandria, dove rimanemmo un mese fermi in rada.

Da Alessandria ci fecero trasferire ai Laghi Amari, sempre in Egitto, dove rimanemmo internati per nove mesi. Alla fine fummo rimpatriati.

 

Luigi GARGIULO, classe 1920, dopo essere stato imbarcato sulla corazzata VITTORIO VENETO, venne trasferito al reparto sussistenza de La Maddalena.

La sera dell'8 settembre arrivò l'annuncio dell'armistizio e i pochi tedeschi che erano alla base distrussero i loro armamenti e si ritirarono a Palau. Verso mezzogiorno del giorno 9 arrivarono due motovedette provenienti proprio da Palau, cariche di Tedeschi; essi si diressero al circolo ufficiali e presero prigioniero il comandante della base,

I Tedeschi ordinarono di consegnare le armi e tentarono di sequestrare anche le nostre batterie, ma quasi tutti i comandanti  si rifiutarono di consegnarle. Intanto l'aiutante di Stato Maggiore riuscì a scappare rifugiandosi a Caprera, dove organizzò un gruppo di uomini, tra marinai e soldati, i quali la mattina del giorno 13, verso le nove, assalirono la guarnigione tedesca, e dopo un'ora di accanito combattimento liberarono la base de La Maddalena, permettendo ai Tedeschi superstiti di raggiungere la vicina Corsica.

 

 

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