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“ …DOVEVATE  MORIRE…!”

L’accoglienza dei reduci di Adua (1896-97)

 

di Claudio Sommaruga

 

 

SCHIAVI DI GUERRA

I prigionieri di guerra sono da sempre i capri espiatori e i testimoni imbarazzanti degli errori dei capi, scaricati su di loro con l’accusa di codardia.

«Era meglio foste morti!» è il succo della prima accoglienza delle autorità e degli italiani ai prigionieri di Adua, sorvolando sull’impreparazione militare e psicologica di quella truppa e sugli errori e sottovalutazioni del nemico da parte del gen. Baratieri e del governo Crispi!

Con uguale diffidenza si comportarono gli italiani coi prigionieri di Caporetto, accusati di diserzione e gli ex-IMI dei Lager nazisti rei di avere consegnate le armi e dimenticando le responsabilità, in entrambi i casi, di Badoglio. Così pure si comportò Stalin, deportando in Siberia due milioni di ex-prigionieri russi dei tedeschi colpevoli d’aver trasgredito l’ordine di ”vincere o morire!”.

Per i vincitori, i prigionieri di guerra nemici, se non giustiziati sul campo, sono preda bellica da sfruttare in schiavitù, o a basso soldo, magari col beneplacito di convenzioni internazionali troppo spesso disattese dai belligeranti. Nell’ultimo conflitto mondiale, tedeschi, russi e gli stessi alleati cercarono, per quanto possibile, di aggirare i controlli classificando pretestuosamente i prigionieri come franchi tiratori, combattenti di guerra non dichiarata, internati militari, deportati civili, ex-combattenti disarmati a guerra finitasottraendoli così alla tutela di uno stato neutrale e ai controlli e all’assistenza umanitaria della Croce Rossa Internazionale. Diverso è il caso dei civili e militari di paesi belligeranti che chiedano asilo politico a uno stato neutrale che li considererà ospiti liberi come i militari italiani internati  in Svizzera e in Romania dopo l’8 settembre 1943.

Interessante è il caso dei prigionieri italiani di Adua, trattati generosamente dagli abissini e poi considerati  ospiti liberi.  Ma 50 di essi, quasi fossero cose o schiavi, furono dati in dono allo zar Nicola II per la sua incoronazione, il quale poi li rigirò all’Italia!

Infelice sorte ebbero invece gli 800 ascari eritrei catturati dagli abissini che ne mutilarono più della metà della mano destra e del piede sinistro, in quanto traditori!

 

L’ONTA DI ADUA (1886)

Tutto cominciò con l’armatore Rubattino che, dopo il taglio del Canale di Suez (1867), acquistò i diritti di scalo ad Assab e li rivendette all’Italia (1882). Seguì l’occupazione italiana del porto di Massaua (1885), primo possedimento italiano in Africa, poi dell’Eritrea e della Somalia (1887-89). Il 2 maggio 1889 si installa il protettorato italiano sull’Abissinia e Menelik II diventa, con l’ appoggio italiano, Negus Negesti, ma ringrazierà l’Italia dichiarandole guerra!

Dopo massacri di truppe italiane a Dogali (nel 1887, con 500 caduti) e all’Amba Alagi (nel 1895, con 3000 caduti), il 1 marzo 1896 il gen. Baratieri, coi suoi18.000 uomini, è travolto nella battaglia di Adua (col 50% di perdite dei suoi 18.000 uomini) per errori strategici e sottovalutazione del coraggio e delle forze nemiche, ritenute di 30.000 guerrieri e che invece impegnarono quasi 140.000 guerrieri, con un largo seguito di servi e familiari! Roma apprenderà la sconfitta da questo laconico messaggio: «Attacco scioano impetuoso, avvolgente destra sinistra, obbligò truppe ritirata che presto prese aspetto di rovescio. Tutte le batterie di montagna cadute in mano del nemico». Crispi si dimette mentre in tutta Italia scoppiano tumulti, anche con grida di “Viva Menelik!”, rafforzando le opposizioni popolari.

Le perdite italiane ammontavano a circa 7400 nazionali (quasi 4900 caduti (di cui 289 ufficiali), 500 feriti e almeno 1900 prigionieri) e 2800 ascari eritrei (1000 caduti, 1000 feriti e 800 prigionieri). Fu perduta tutta l’artiglieria (56 cannoni) e in più 11.000 fucili e gran parte delle munizioni, vettovaglie, cavalli e salmerie!

L’ onta di Adua costò all’Italia 200 milioni di lire di allora, pari a 1350 miliardi d’oggi (700 milioni di Euro), ma allora le guerre coloniali si combattevano con poche decine di migliaia di armati, anche indigeni, cavalli, muli e cannoni!

Delle perdite abissine, si hanno solo vaghe stime: 3500-12.000 morti e 7.500-24.000 feriti, ma gli italiani, in rotta, non fecero prigionieri.

Nel mese di maggio viene data sepoltura a 3025 nostri caduti, 1500 dei quali fuori del campo di battaglia, per lo più in fuga senza scarpe e mal camuffati da indigeni col panico d’essere catturati e magari evirati!

Baratieri, sostituito da Baldissera, viene processato per incapacità, con un giudizio-farsa assolutorio che chiude la sua carriera. Il 18 giugno cessa lo stato di guerra e il 26 ottobre viene firmata la Pace di Addis Abeba: l’Italia tiene Massaua, la fascia costiera e rinuncia al protettorato. L’anno seguente verrà costituita la Colonia Eritrea.

 

I PRIGIONIERI ITALIANI

Sulle vicende dei 1900 (2000?) prigionieri di Adua, allora e nel ventennio fascista, calerà l’omertà dei politici, dei militari, dei reduci e il silenzio stampa, ciascuno per proprie ragioni.

Solo sei reduci avranno il coraggio di testimoniare pubblicamente, anche in sordina e anche dopo decenni: il medico Nicola D’AMATO (“Da Adua a Addis Abeba. Ricordi di un prigioniero”, Volpe, Salerno, 1896), il sottufficiale Francesco FRISINA (“L’Italia in Abissinia e nel Sudan”, Imprimérie Nouvelle, Alessandria d’Egitto, 1919), il maggiore Giovanni GAMERRA (”Fra gli ascari d’Italia”, Zanichelli, Bologna, 1899), il caporale Luigi GOJ (”Adua e prigionia fra i Galla”, Scuola tip. Salesiana, Milano, 1901), il tenente Gherardo PNTANO (“Ventitré anni di vita africana”, SATET, Torino, 1943 e il sergente Giovanni TEDONE (“Angerà”, Giordano, Milano, 1964 (1a ed.1915). Non se ne ricordano altri.

I primi prigionieri, stanchi e affamati, giungono a Addis Abeba il 22 maggio, dopo una marcia estenuante a piedi di un migliaio di chilometri, durata due mesi e con una cinquantina di decessi; altri prigionieri arriveranno a giugno ed altri ancora confluiranno ad Harrar a fine luglio.

Dalle scarse testimonianze citate e dalle ricerche di Angelo DEL BOCA (Gli italiani in Africa Orientale, Laterza, Roma-Bari, 1975, 1984 e “Oscar Mondadori”, Milano,1992) e di Giorgio ROCHAT (“Il colonialismo italiano. Documenti”, Loescher, Torino, 1973, 1986) risulta che i prigionieri italiani, sovente in quanto cristiani, furono trattati, vestiti e alimentati generosamente dal Negus, Ras, clero, soldati e, pietosamente, dalla popolazione indigena, nei limiti delle possibilità. Non pochi italiani addestrarono artigiani locali e si legarono anche sentimentalmente a donne abissine, con scene strazianti all’addio dei prigionieri! I quali si amalgamarono bene con la popolazione, disponendo, specie gli ufficiali, di talleri, servi, cavalli e svaghi e spesso invitati alla tavola dal Negus! Per contro non mancarono abusi degli italiani ai danni degli ospitanti, furti, imbrogli, risse anche con coltelli… dimentichi di chi aveva persa la guerra!

Tra luglio e ottobre 1896, i prigionieri sono assistiti dalla Missione Sanitaria Russa,  ben guarnita, poi giungono coi missionari i primi soccorsi in vestiario, scatolame e denaro raccolti da un Comitato Civile di nobildonne costituitosi a Roma, in mancanza di un’assistenza diretta dello stato italiano belligerante. Poi, dopo la firma della pace, il 26 ottobre  giungono i primi convogli della Croce Rossa Italiana e i sussidi portati dal Nerazzini, negoziatore della pace.

Con la pace, i prigionieri sono ospiti liberi  e con le tasche piene di talleri non hanno davvero di che lamentarsi! Ricorda il marchese Salvago RAGGI, Governatore dell’Eritrea nel 1907 (Arch. Raggi, 1907): “Si lavorò a svegliare  la pietà del pubblico italiano sulla sorte dei prigionieri, i quali non vennero sistematicamente maltrattati. Passati i primi momenti dopo la battaglia e i disagi della marcia dal Tigrè allo Scioa, erano assai meglio trattati di quanto non lo siano stati i prigionieri di guerra (1915-18, n.d.r.) in Germania; parecchi stavano meglio che non a casa loro”.

 
RIMPATRIO E ACCOGLIENZA DEI PRIGIONIERI
Il gen. Baldissera, successo a metà maggio 1896 a Baratieri, cadute le trattative ottiene, con la minaccia delle armi, la liberazione di 120 prigionieri rimasti nel Tigrè.

Si è accennato al caso curioso dei 50 prigionieri italiani offerti in dono allo zar Nicola II che li girò all’Italia e degli altri due simbolicamente offerti a mons. Cirillo Macario, inviato di Papa Leone XIII che aveva chiesta invano la liberazione di tutti i prigionieri: iniziativa che solleverà problemi nell’Italia laica e monarchica.

Dopo le accuse mosse da Baratieri di codardia dei suoi soldati, anche Di Rudinì è poco tenero coi prigionieri, preziosi ostaggi di Menelik nelle trattative di pace: «Se Menelik voleva una indennità di guerra doveva venire a prendersela di viva forza in Roma /…/ Poco importa se il mio rifiuto farà soffrire e morire i prigionieri. Il mio dovere è di rifiutare qualsiasi indennità, il dovere loro è di morire per il decoro della patria. Potrò rimborsare le spese effettivamente sostenute per il loro mantenimento, ma non di più…» (cfr. C. Zaghi, “I Russi in Etiopia” Guida, Napoli, 1972).

Il grosso dei prigionieri italiani rimpatrierà tra il luglio 1896 e l’aprile 1897, dai porti di Massaua e Zeila, raggiunti questa volta a cavallo e verrà accolto con gelo, se non ostilità, dalle autorità e dalle cittadinanza in Eritrea e in Patria.

TEDONE (op. cit.) così ricorda il primo impatto degli ex prigionieri, nel porto di Massaua, accolti con diffidenza e vergogna dalle autorità e dai civili: «Molto popolo bianco e nero era schierato sulla banchina al nostro arrivo, ma non una parola, non un saluto da parte della folla che in breve si dirada lenta e silenziosa com’era venuta».

Anche GOJ (op.cit.) sottolinea l’accoglienza glaciale, a differenza da quella ricevuta a Zeila dagli inglesi e si preoccupa delle voci di processi ai reduci, in Italia!

PONTANO (op. cit.) aggiungerà: «Cominciavamo a capire, dopo aver scorso, passati tanti mesi, alcuni giornali italiani, di dover scontare i grattacapi procurati agli uomini di governo con la nostra prigionia: avevamo il torto di non essere morti tutti /…/ Così finì la prigionia in Abissinia di cui, dopo tanti anni, posso dire che non fu il periodo più triste della mia vita».

L’accoglienza in Italia a Napoli sarà vessatoria e punitiva: lo sbarco avverrà di notte, coi carabinieri che tengono lontana la popolazione e col trasporto al galoppo in caserma nei carri dell’artiglieria. Seguiranno lunghi interrogatori in caserma ma non ci saranno processi, ma saranno defraudati di parte del soldo e dei souvenirs portati dallo Scioa e diffidati di parlare coi giornalisti e tanto meno della battaglia di Adua e della prigionia (cfr. FRISINA, op.cit.).

Così i prigionieri di Adua si ammutolirono come quelli, più tardi, di Caporetto e gli ex IMI dei Lager: le trame della storia si ripetono!

 

 

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