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SCHIAVI DI GUERRA
I
prigionieri di guerra sono da sempre i capri espiatori e i testimoni
imbarazzanti degli errori dei capi, scaricati su di loro con l’accusa di codardia.
«Era meglio foste morti!» è il succo della
prima accoglienza delle autorità e degli italiani ai prigionieri di Adua, sorvolando
sull’impreparazione militare e psicologica di quella truppa e sugli errori e
sottovalutazioni del nemico da parte del gen. Baratieri e del governo Crispi!
Con
uguale diffidenza si comportarono gli italiani coi prigionieri di Caporetto, accusati
di diserzione e gli ex-IMI dei Lager nazisti rei di avere consegnate le armi e
dimenticando le responsabilità, in entrambi i casi, di Badoglio. Così pure si
comportò Stalin, deportando in Siberia due milioni di ex-prigionieri russi dei
tedeschi colpevoli d’aver trasgredito l’ordine di ”vincere o morire!”.
Per
i vincitori, i prigionieri di guerra nemici, se non giustiziati sul campo, sono
preda bellica da sfruttare in schiavitù, o a basso soldo, magari col
beneplacito di convenzioni internazionali troppo spesso disattese dai belligeranti.
Nell’ultimo conflitto mondiale, tedeschi, russi e gli stessi alleati cercarono,
per quanto possibile, di aggirare i controlli classificando pretestuosamente i
prigionieri come franchi tiratori, combattenti di guerra non dichiarata, internati
militari, deportati civili, ex-combattenti
disarmati a guerra finita…sottraendoli
così alla tutela di uno stato neutrale e ai controlli e all’assistenza umanitaria
della Croce Rossa Internazionale. Diverso è il caso dei civili e militari di
paesi belligeranti che chiedano asilo politico a uno stato neutrale che li
considererà ospiti liberi come i
militari italiani internati in Svizzera
e in Romania dopo l’8 settembre 1943.
Interessante
è il caso dei prigionieri italiani di Adua, trattati generosamente dagli abissini
e poi considerati ospiti liberi. Ma 50 di essi, quasi fossero cose o schiavi, furono dati in dono
allo zar Nicola II per la sua incoronazione, il quale poi li rigirò all’Italia!
Infelice
sorte ebbero invece gli 800 ascari eritrei catturati dagli abissini che ne
mutilarono più della metà della mano destra e del piede sinistro, in quanto
traditori!
L’ONTA DI ADUA (1886)
Tutto
cominciò con l’armatore Rubattino che, dopo il taglio del Canale di Suez
(1867), acquistò i diritti di scalo ad Assab e li rivendette all’Italia (1882).
Seguì l’occupazione italiana del porto di Massaua (1885), primo possedimento italiano
in Africa, poi dell’Eritrea e della Somalia (1887-89). Il 2 maggio 1889 si
installa il protettorato italiano sull’Abissinia e Menelik II diventa, con l’
appoggio italiano, Negus Negesti, ma ringrazierà l’Italia
dichiarandole guerra!
Dopo
massacri di truppe italiane a Dogali (nel 1887, con 500 caduti) e all’Amba Alagi (nel 1895, con 3000 caduti), il 1 marzo 1896 il gen.
Baratieri, coi suoi18.000 uomini, è travolto nella battaglia di Adua (col 50% di perdite dei suoi 18.000
uomini) per errori strategici e sottovalutazione del coraggio e delle forze
nemiche, ritenute di 30.000 guerrieri e che invece impegnarono quasi 140.000
guerrieri, con un largo seguito di servi e familiari! Roma apprenderà la
sconfitta da questo laconico messaggio: «Attacco
scioano impetuoso, avvolgente destra sinistra, obbligò truppe ritirata che
presto prese aspetto di rovescio. Tutte le batterie di montagna cadute in mano
del nemico». Crispi si dimette mentre in tutta Italia scoppiano tumulti,
anche con grida di “Viva Menelik!”, rafforzando le opposizioni popolari.
Le
perdite italiane ammontavano a circa 7400 nazionali (quasi 4900 caduti (di cui
289 ufficiali), 500 feriti e almeno 1900 prigionieri) e 2800 ascari eritrei
(1000 caduti, 1000 feriti e 800 prigionieri). Fu perduta tutta l’artiglieria
(56 cannoni) e in più 11.000 fucili e gran parte delle munizioni, vettovaglie,
cavalli e salmerie!
L’
onta di Adua costò all’Italia 200 milioni di lire di allora, pari a 1350
miliardi d’oggi (700 milioni di Euro), ma allora le guerre coloniali si
combattevano con poche decine di migliaia di armati, anche indigeni, cavalli,
muli e cannoni!
Nel mese di
maggio viene data sepoltura a 3025 nostri caduti, 1500 dei quali fuori del campo
di battaglia, per lo più in fuga senza scarpe e mal camuffati da indigeni col
panico d’essere catturati e magari evirati!
Baratieri,
sostituito da Baldissera, viene processato per incapacità, con un
giudizio-farsa assolutorio che chiude la sua carriera. Il 18 giugno cessa lo
stato di guerra e il 26 ottobre viene firmata la Pace di Addis Abeba: l’Italia
tiene Massaua, la fascia costiera e rinuncia al protettorato. L’anno seguente
verrà costituita la Colonia Eritrea.
I PRIGIONIERI ITALIANI
Sulle vicende dei
1900 (2000?) prigionieri di Adua, allora e nel ventennio fascista, calerà
l’omertà dei politici, dei militari, dei reduci e il silenzio stampa, ciascuno
per proprie ragioni.
Solo sei reduci
avranno il coraggio di testimoniare pubblicamente, anche in sordina e anche
dopo decenni: il medico Nicola D’AMATO (“Da
Adua a Addis Abeba. Ricordi di un prigioniero”, Volpe, Salerno, 1896), il
sottufficiale Francesco FRISINA (“L’Italia
in Abissinia e nel Sudan”, Imprimérie Nouvelle, Alessandria d’Egitto,
1919), il maggiore Giovanni GAMERRA (”Fra
gli ascari d’Italia”, Zanichelli, Bologna, 1899), il caporale Luigi GOJ (”Adua e prigionia fra i Galla”, Scuola
tip. Salesiana, Milano, 1901), il tenente Gherardo PNTANO (“Ventitré anni di vita africana”, SATET, Torino, 1943 e il sergente Giovanni TEDONE (“Angerà”, Giordano, Milano, 1964 (1a
ed.1915). Non se ne ricordano altri.
Dalle scarse
testimonianze citate e dalle ricerche di Angelo DEL BOCA (Gli italiani in Africa Orientale, Laterza, Roma-Bari, 1975, 1984 e
“Oscar Mondadori”, Milano,1992) e di Giorgio ROCHAT (“Il colonialismo
italiano. Documenti”, Loescher, Torino, 1973, 1986) risulta che i
prigionieri italiani, sovente in quanto cristiani, furono trattati, vestiti e
alimentati generosamente dal Negus, Ras, clero, soldati e, pietosamente, dalla
popolazione indigena, nei limiti delle possibilità. Non pochi italiani
addestrarono artigiani locali e si legarono anche sentimentalmente a donne
abissine, con scene strazianti all’addio dei prigionieri! I quali si
amalgamarono bene con la popolazione, disponendo, specie gli ufficiali, di talleri,
servi, cavalli e svaghi e spesso invitati alla tavola dal Negus! Per contro non
mancarono abusi degli italiani ai danni degli ospitanti, furti, imbrogli, risse
anche con coltelli… dimentichi di chi aveva persa la guerra!
Tra luglio e
ottobre 1896, i prigionieri sono assistiti dalla Missione Sanitaria Russa, ben guarnita, poi giungono coi missionari i
primi soccorsi in vestiario, scatolame e denaro raccolti da un Comitato Civile
di nobildonne costituitosi a Roma, in mancanza di un’assistenza diretta dello
stato italiano belligerante. Poi, dopo la firma della pace, il 26 ottobre giungono i primi convogli della Croce Rossa
Italiana e i sussidi portati dal Nerazzini, negoziatore della pace.
Con la pace, i
prigionieri sono ospiti liberi e con le tasche piene di talleri non hanno davvero
di che lamentarsi! Ricorda il marchese Salvago RAGGI, Governatore dell’Eritrea
nel 1907 (Arch. Raggi, 1907): “Si lavorò
a svegliare la pietà del pubblico
italiano sulla sorte dei prigionieri, i quali non vennero sistematicamente
maltrattati. Passati i primi momenti dopo la battaglia e i disagi della marcia
dal Tigrè allo Scioa, erano assai meglio trattati di quanto non lo siano stati
i prigionieri di guerra (1915-18, n.d.r.) in Germania; parecchi stavano meglio che non a casa loro”.
Si è accennato al
caso curioso dei 50 prigionieri italiani offerti in dono allo zar Nicola II che
li girò all’Italia e degli altri due simbolicamente offerti a mons. Cirillo
Macario, inviato di Papa Leone XIII che aveva chiesta invano la liberazione di
tutti i prigionieri: iniziativa che solleverà problemi nell’Italia laica e
monarchica.
Dopo le accuse
mosse da Baratieri di codardia dei suoi soldati, anche Di Rudinì è poco tenero
coi prigionieri, preziosi ostaggi di Menelik nelle trattative di pace: «Se Menelik voleva una indennità di guerra
doveva venire a prendersela di viva forza in Roma /…/ Poco importa se il mio
rifiuto farà soffrire e morire i prigionieri. Il mio dovere è di rifiutare
qualsiasi indennità, il dovere loro è di morire per il decoro della
patria. Potrò rimborsare le spese effettivamente sostenute per il loro
mantenimento, ma non di più…» (cfr. C. Zaghi, “I Russi in Etiopia” Guida, Napoli, 1972).
Il grosso dei
prigionieri italiani rimpatrierà tra il luglio 1896 e l’aprile 1897, dai porti
di Massaua e Zeila, raggiunti questa volta a cavallo e verrà accolto con gelo,
se non ostilità, dalle autorità e dalle cittadinanza in Eritrea e in Patria.
TEDONE
(op. cit.) così ricorda il primo impatto degli ex prigionieri, nel porto di
Massaua, accolti con diffidenza e vergogna dalle autorità e dai civili: «Molto popolo
bianco e nero era schierato sulla banchina al nostro arrivo, ma non una parola,
non un saluto da parte della folla che in breve si dirada lenta e silenziosa
com’era venuta».
Anche
GOJ (op.cit.) sottolinea l’accoglienza glaciale, a differenza da quella
ricevuta a Zeila dagli inglesi e si preoccupa delle voci di processi ai reduci,
in Italia!
PONTANO (op.
cit.) aggiungerà: «Cominciavamo a capire,
dopo aver scorso, passati tanti mesi, alcuni giornali italiani, di dover
scontare i grattacapi procurati agli uomini di governo con la nostra prigionia:
avevamo il torto di non essere morti tutti /…/ Così finì la prigionia in
Abissinia di cui, dopo tanti anni, posso dire che non fu il periodo più triste
della mia vita».
L’accoglienza in
Italia a Napoli sarà vessatoria e punitiva: lo sbarco avverrà di notte, coi
carabinieri che tengono lontana la popolazione e col trasporto al galoppo in
caserma nei carri dell’artiglieria. Seguiranno lunghi interrogatori in caserma
ma non ci saranno processi, ma saranno defraudati di parte del soldo e dei
souvenirs portati dallo Scioa e diffidati di parlare coi giornalisti e tanto
meno della battaglia di Adua e della prigionia (cfr. FRISINA, op.cit.).
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