HOME PAGE     QUADRO GENERALE      QUADRO RIVISTA     QUADRO CULTURA

 

 

CULTURA

 

 


Le relazioni bilaterali militari fra Italia ed Albania

 

Giovanni Marizza *

 

 

Una cooperazione che viene da lontano.

Il 28 gennaio 2004 il Sottosegretario alla Difesa Berselli ha inaugurato la Scuola di volo delle Forze aeree albanesi, un complesso costituito da 13 palazzine, aula didattica, stazione meteo, il tutto completamente ristrutturato o costruito dal nulla da parte del Gruppo autonomo "Albit" (acronimo di Albania e Italia) dell'Aeronautica militare italiana dislocato a Valona. Circa 110 persone hanno lavorato dal mese di maggio del 2000 a questo progetto della DIE, la Delegazione Italiana di Esperti in Albania, progetto che l'Italia ha finanziato con 1 milione e 600.000 euro: ora e' tutto pronto, compresa la pista di volo di Pish-Poro, per l'addestramento al volo dei piloti. Alla cerimonia ha partecipato anche il Ministro della Difesa albanese, Pandeli Majko. Questo episodio non è certo isolato, anzi è soltanto l'ultimo esempio concreto di una cooperazione che Italia e Albania hanno rilanciato all' inizio degli anni '90 dello scorso secolo, ma che ha le proprie radici molto più in là nel tempo.

Gli Albanesi amano definire la loro terra come “un Paese circondato da se stesso”, in considerazione del fatto che ingenti minoranze albanesi si trovano in Montenegro, in Kosovo, in Macedonia ed in Grecia. Ma gli Albanesi sono presenti anche al di qua dell’Adriatico, dato che l’immigrazione albanese in Italia non è certo una novità recente.

In Italia gli Albanesi giunsero in varie riprese a partire dal secolo XV, al seguito prima di Demetrio Reres, cui Alfonso I d’Aragona aveva chiesto aiuto per domare una rivolta in Calabria e più tardi al seguito di Giorgio Castriota Skanderbeg, l'eroe nazionale albanese. Quest’ultimo ottenne per sé e per la propria famiglia feudi in Puglia, come ricompensa per l’aiuto dato agli Aragonesi contro gli Angioini. Mentre i figli di Demetrio Reres, trasferitisi in Sicilia con parte delle truppe, diedero origine alle colonie albanesi nell’isola, altri contingenti di profughi giunsero dall’Albania nell’Italia meridionale via via che procedeva la conquista turca della penisola balcanica. Questi italo-albanesi diedero alla Chiesa anche un Papa: Clemente XI, che si chiamava Gianfrancesco Albani. Benché nato ad Urbino, era di origine albanese e ne era fiero. Famoso per la sua dirittura morale, salito al soglio pontificio nel 1700, si rifiutò di fare il benché minimo favore ai propri parenti, che da lui non ebbero mai un soldo. Morto nel 1721, oggi riposa sotto il pavimento del coro di San Pietro.

Le più importanti colonie albanesi in Italia si trovano oggi nelle provincie di Teramo, Campobasso, Foggia, Lecce, Potenza, Cosenza, Catanzaro e Palermo. Proprio queste colonie, dove si parlano dialetti albanesi di tipo tosco, hanno dato alcuni dei poeti più famosi della letteratura albanese come i calabresi Giulio Variboba (sec. XVIII) e Girolamo De Rada (sec. XIX).

La colonia albanese più nota in Italia è Piana degli Albanesi, un centro di 6.500 abitanti in provincia di Palermo, a 720 metri di quota sul versante orientale del monte La Pizzuta, in prossimità dell’omonimo lago artificiale. Gli abitanti di questo comune sono in grande maggioranza di lingua albanese e mantengono vive le loro tradizioni ed il loro folklore soprattutto in occasione delle feste pasquali. Questo comune fu chiamato inizialmente “Hora” (città), denominato poi Piana dei Greci, nome che conservò fino al 1941, anno in cui gli fu attribuita la denominazione attuale.

 

Il risorgimento degli Arbereshe.

Una pagina poco nota della storia degli Albanesi d’Italia è quella relativa al contributo che essi diedero alle lotte risorgimentali per l’Unità d’Italia, una causa che sentirono con convinzione, spingendoli ad arruolarsi in massa nell’esercito garibaldino.

«Essere straordinario, le nostre lingue non hanno parole come definirTi: i nostri cuori non hanno espressioni come attestarTi la nostra ammirazione. Un popolo intero Ti acclama liberatore della più bella parte d’Italia». Così suonava l’indirizzo di saluto del popolo di Lungro a Garibaldi. Questo paesotto calabrese in provincia di Cosenza è considerato la “capitale religiosa” degli “Arbereshe” (provenienti dall’Arberìa) e da lì venne il contributo più sentito, in percentuale, alla marcia garibaldina su Napoli: cinquecento volontari su cinquemila abitanti.

Altro personaggio di spicco fu Pier Domenico Damis, che aveva 24 anni quando Attilio ed Emilio Bandiera arrivarono nel 1844 a morire in Calabria. Damis partecipò attivamente ai moti del 1848, tanto da meritarsi la condanna a morte, poi tramutata in venticinque anni di carcere duro che non gli impedirono di diventare Ufficiale dell’Esercito Regio e Senatore.

Ma potrebbe continuare a lungo l’elenco degli illustri Arbereshe, come Agesilao Milano, il ragazzo che nel 1856 fu ucciso dopo aver colpito Ferdinando II con un colpo di baionetta che avrebbe minato per sempre la salute del Re di Napoli.

O Girolamo De Rada che, pur essendo nato e cresciuto in Calabria e pur avendo combattuto per l’Unità d’Italia, è considerato il più grande dei poeti albanesi.

O ancora Raffaele Camodesca, un ragazzo di buona famiglia, unitosi all’impresa dei fratelli Bandiera e ricordato da Serafino Groppa come un “giovine eroe il quale a ventiquattro anni, quando più gli sorrideva la vita, cadde vittima del piombo esecrando nel vallone di Rovito. Morì gridando: «È questo il momento più felice della mia vita! Viva l’Italia».

O Francesco Crispi, albanese di Sicilia ma Primo Ministro d’Italia.

 

I vincoli storico-militari.

Oltre ai vincoli storici, non sono da trascurare quelli prettamente militari. Dopo la prima guerra mondiale, dal 1918 al 1920, fra le varie missioni militari italiane di monitoraggio dell’armistizio, ne venne costituita una anche in Albania. Con l’accordo di Tirana dell’agosto 1920 Roma riconobbe l’indipendenza dell’Albania, ritirando le truppe da Valona ma conservando la sovranità sull'isola di Saseno. Nel 1921 una Conferenza degli Ambasciatori, iniziata il 17 gennaio del 1920, riconobbe l’indipendenza del Paese e confermò i confini del 1913, corrispondenti in larga misura a quelli odierni.

Il 18 gennaio 1922 la Lega delle Nazioni istituì una Commissione per la delimitazione dei confini albanesi, composta da rappresentanti di Italia, Gran Bretagna, Francia e Giappone. Il nucleo italiano giunse sul territorio albanese il 7 marzo ed i primi problemi furono dovuti alla scarsa collaborazione con le missioni greca e jugoslava. La prima addirittura abbandonò la Commissione e la seconda declinò ogni responsabilità circa la sicurezza dei commissari e dei topografi che operavano sul confine. L’intervento della Conferenza degli Ambasciatori non riuscì a rimuovere il clima ostruzionistico che culminò il 27 agosto del 1923 nel più tragico dei modi, con l’assassinio di tutto il personale della missione italiana. Perirono così il generale Tellini, il maggiore Corti, il tenente Bonacini, il conduttore Farnetti e l’interprete Craveri. Nonostante ciò la missione proseguì e una nuova delegazione venne inviata dall’Italia al comando del generale Gazzera.

Il 1° maggio 1924 la Conferenza degli Ambasciatori stabilì che le operazioni di delimitazione dei confini venissero svolte solo sul confine greco, tralasciando momentaneamente quello jugoslavo. A seguito delle rilevazioni effettuate, la Grecia sgomberò le sue truppe da 15 villaggi per un totale di 225 chilometri quadrati di territorio albanese occupato illegalmente. Iniziarono quindi i lavori per la delimitazione del confine albanese-jugoslavo tra molti problemi a causa della limitata collaborazione offerta dal governo di Belgrado e dalla situazione di contrasto fra le etnie esistenti (serbi, montenegrini, macedoni, albanesi, bulgari e turchi). I lavori terminarono il 26 luglio 1926 con la firma di un accordo fra le parti.

Nel 1925, contestualmente alla missione per la delimitazione dei confini nazionali albanesi, venne inviata in Albania un’altra missione militare italiana con compiti di addestramento. Il Governo albanese e quello italiano strinsero un’alleanza politico-militare, rinnovabile ogni 5 anni, con la quale l’Italia si impegnò a fornire appoggi finanziari ed assistenza tecnico-militare.

Fin dal tardo 1925 vennero immessi nell’Esercito albanese i primi Ufficiali italiani come istruttori delle poche unità di artiglieria, poi altri seguirono con funzioni di natura tecnica: impianti radiotelegrafici, lavori stradali, riparazioni del materiale d’armamento.

Nell’aprile 1927 venne assegnato alla regia legazione a Tirana un Addetto militare nella persona del Colonnello Pariani. L’accordo portò alla costituzione di una vera e propria missione militare, alla cui guida viene posto lo stesso Addetto militare fino al 1933. Ebbe così inizio la completa riorganizzazione dell’Esercito albanese che passò da un sistema fondato essenzialmente sulle bande armate ad una struttura moderna. Gli Ufficiali italiani provvidero, in particolare, alla costituzione di uno Stato Maggiore e ne crearono i principali uffici (ordinamento e mobilitazione, operazioni, addestramento, servizi), all’organizzazione dei servizi logistici e del servizio informazioni. Nel contempo vennero costituite le Unità operative. Dapprima i Reggimenti al comando di Tenenti Colonnelli italiani, poi si passò alla creazione di due Divisioni i cui Capi di Stato Maggiore furono anch’essi italiani. In particolare la missione italiana impegnava al suo interno un consistente nucleo di topografi e di disegnatori; il cui lavoro permise di rilevare vaste parti di territorio che non erano sino ad allora state tracciate e rilevate ottenendo una valida ed accurata cartografia. Ma l’azione della missione si estese anche ai settori addestrativo, culturale e infrastrutturale. L’impegno si concretizzò attraverso l’impiego di alcune centinaia di militari italiani, in maggioranza Ufficiali. Nel dicembre del 1930 la missione comprendeva 163 Ufficiali, 42 fra Sottufficiali e truppa e due impiegati civili. L’attività della missione cessò in seguito all’occupazione italiana del 7 aprile 1939.

 

Da "Pellicano" ad "Alba" Dopo il mezzo secolo buio seguìto alla seconda guerra mondiale e dopo il crollo del regime comunista di Enver Hoxha gli Albanesi ritrovano la via della libertà e fuggono a migliaia verso la sponda opposta dell’Adriatico, in cerca forse dello stesso mondo che cercavano gli Arbereshe mezzo millennio prima. Per tentare di arginare questo flusso imponente Italia e Albania, di comune accordo, lanciano un’operazione militare per eliminare le cause stesse della fuga biblica. Un contingente militare italiano si schiera nel “Paese delle Aquile” per portare gli aiuti umanitari a domicilio, proprio a coloro che altrimenti avrebbero varcato l’Adriatico alla ricerca di quegli stessi aiuti. Nasce così la missione denominata non a caso “Pellicano”, un animale noto per la sua altruistica capacità di portare notevoli quantità di cibo nel suo capiente becco, un vero simbolo di aiuto umanitario.

L’isolamento internazionale da cui usciva l’Albania all’inizio degli anni '90 è ben esemplificato dall’episodio dell’atterraggio dell’elicottero italiano carico di aiuti umanitari in uno sperduto villaggio dell’interno. Incredulità, contentezza e curiosità erano i sentimenti predominanti nella gente di quel villaggio, come quel vecchietto che chiese: «Siete italiani? Come sta Mussolini?».

Poco più di un lustro più tardi, quando “Pellicano” era già rientrato in patria da tempo, ecco scoppiare la pazzia collettiva della primavera 1997 dopo la crisi delle società finanziarie piramidali. È ancora l’Italia a raccogliere l’invito della comunità internazionale mettendosi alla testa di una coalizione di Paesi europei di buona volontà, e l’operazione viene chiamata “Alba”, quasi a voler aiutare l’Albania a ritrovare l’alba della sua rinascita.

Tutto è da ricostruire, non ultime le Forze armate e la polizia locale. Di conseguenza sorgono la Missione Interforze di Polizia e la DIE, la Delegazione Italiana di Esperti che da allora fornisce consulenza in tutto lo scibile umano militare ai colleghi albanesi in terra, cielo e mare.

Dal 1997 all'inizio del 2004 la Delegazione ha sovrinteso alla consegna alle Forze armate albanesi da parte italiana di mezzi e materiali per una quarantina di milioni di dollari, fra cui una nave officina, elicotteri, decine di veicoli blindati tipo M113, centinaia di autocarri leggeri, una trentina di autocarri medi, decine di autocarri pesanti, autobus, autovetture, motocicli, ambulanze, migliaia di tonnellate di cibo e oltre un milione di litri di carburante, tanto per fare alcuni esempi.

 

Un impegno bilaterale e multinazionale.

La Marina militare italiana non è certo estranea alle attività di cooperazione con i colleghi albanesi. Dal 1997 in poi il 28° gruppo navale sosta permanentemente a Durazzo, a Valona, nell’isola di Saseno. Nel porto di quest' isola sventolano le bandiere di Italia e Albania, a sottolineare il comune impegno. Alla base delle aste delle bandiere, la lapide dedicata al Sottotenente di vascello Lorenzo Lazzareschi, nato a Vinci il 20 marzo 1970, morto proprio a Saseno il 9 febbraio 1998, nelle acque del porto durante un’introspezione subacquea volta al recupero dei numerosi relitti lasciati in eredità dalla rivoluzione dell’anno prima.

Se l’Esercito italiano e la Marina militare sono molto attivi nella cooperazione, l’Aeronautica militare non è da meno. A Valona la già citata missione "Albit" è impegnata nella ricostruzione della locale Accademia Aeronautica, oltre che in quella del vicino aeroporto di Pish-Poro. L'Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza, dal canto loro, svolgono un' insostituibile opera di cooperazione con la Polizia di oltre Adriatico, allo scopo di aumentare il livello di sicurezza e di ridurre al minimo il fenomeno dei traffici clandestini.

Il sostegno italiano all' ammodernamento militare albanese ha già contribuito ad avvicinare sensibilmente il Paese delle Aquile agli standard dell' Alleanza Atlantica e un risultato importante è stato conseguito in occasione del vertice di Praga del 2002, quando la NATO ha ufficialmente "nominato", nel comunicato finale di quell'evento, l'Albania come un Paese con le carte in regola per aspirare ad entrare nell' Alleanza in occasione della prossima ondata di allargamento, assieme a Croazia e Macedonia. Sarà un ulteriore, significativo passo verso la stabilizzazione dei Balcani.

Inoltre, la massiccia presenza di Ufficiali, Sottufficiali ed Allievi albanesi negli istituti di formazione di tutte le Forze armate italiane è un significativo indicatore dell’ottimo livello raggiunto dalla nostra cooperazione.

Anche la multinazionalizzazione delle Forze Armate è un importante strumento di cooperazione e di stabilizzazione. Da questo punto di vista, Italia e Albania, assieme a Grecia, Turchia, Bulgaria, Romania e Macedonia, hanno costituito da circa un lustro una Brigata multinazionale denominata "Brigata di mantenimento della pace per il Sudest Europa", il cui Comandante è al momento un italiano ed il cui Comando è dislocato attualmente in Romania. A questa Grande Unità ogni Paese contribuisce con un Reggimento, tranne Albania e Macedonia che forniscono una Compagnia ciascuna, ma inquadrate proprio nel Reggimento italiano. Nessuna sorpresa, dunque, se nei prossimi anni vedremo un' Unità di soldati albanesi organicamente inquadrati in un reparto italiano che svolgono operazioni di mantenimento della pace.

 

 

(*) Maggior Generale, ha comandato nel 2001 la "Communication Zone West" dell' Operazione KFOR (Kosovo Force) della NATO, con Comando a Durazzo in Albania. Su quella missione ha scritto il libro "Sessant' anni dopo (la Julia nel Paese delle Aquile)". Come Capo Ufficio Relazioni Internazionali e poi come Capo Reparto Politica Militare dello Stato Maggiore Difesa ha seguito per anni le problematiche relative alla cooperazione militare con l'Albania. Il Presidente della Repubblica Albanese lo ha insignito della Medaglia "per il servizio militare".

 

 

 

HOME PAGE     QUADRO GENERALE      QUADRO RIVISTA     QUADRO CULTURA