CONVEGNO “PROTAGONISTI MILITARI DELLA RESISTENZA E DELLA  LIBERAZIONE”

 

 

 

 

 

I Protagonisti Militari della Resistenza e della Liberazione

Albania

 Partecipazione alla Guerra partigiana – Comando Italiano Truppe alla Montagna: il col.Mario Barbi Cinti, il gen. Arnaldo Azzi, la MOVM ten. col. Goffredo Zignani, la MOVM col. Fernando Rauchi, la MOVM fante Terzilio Cardinali.

 

 

Massimo Coltrinari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ten. Col. Mario Barbi Cinti

 

Il Ten Col. pil. Mario Barbi Cinti rappresenta una delle figure più rappresentative della Resistenza Italiana in Albania. Ha fin dai primi momenti la visione chiara e delineata della sua azione, volta a sottrarsi alla cattura tedesca e nello stesso tempo a reagire, combattendo, alla situazione.

Comandante dell’aeroporto di Schjak, a metà strata tra Tirana e Valona, ha un difficile rapporto con il Comandante dell’Aeronautica in Albania, gen. Ferroni. Quando questi il 9 settembre compie un giro di tutti gli aeroporti dell’Albania in compagnia del gen. tedesco Gnam, tutta l’arma azzurra è consegnata ai tedeschi. Barbi Cinti si sottrae a questa sitazone, raduna tutto il personale, dopo aver neutralizzato i pochi elementi tedeschi della contraerea presenti, e decide di salir ein montagna. Lascia alla popolazione albanese la possibilità di prendere tutte le attrezzature e i materiali dell’aeroporto che non possono essere trasportati.

Giunto ad Arbana il 14 settembre, con trecento uomini, avvia gli accordi con il Comando dell’ELNA per regolare la posizione degli italiani: Nasce il Comando Italiano Truppe alla Montagna, che oltre ai doveri da diritti ai soldati italiani che raggiungono la montagna, primo fra tutti quello di sopravvivere. Con questi acordi il Comando dell’ELNA riconosce la partecipazione italiana alla lotta al tedesco, termina ogni azione ostile contor gli italiani, tra cui la propaganda politica, e accetta, per gli Italiani, l’applicazione del Codice Militare di Guerra. E’ un passaggio estremamente significativo, se si pone in evidenza la data in cui questi accordi sono sottoscritti: il 15 settembre 1943. L’arrivo di altri ufficiali e soldati nei giorni successivi farà si chè il Comando si raffoerserà sempre.

Il ten Col. barbi Cinti Avvia le trattative con il Comando della divisione Brennero per il passaggio alla montagna, che poi saranno portate avanti dal ten. col. Goffredo Zignani.

Barbi Cinti consegnerà il comado al gen. Azzi, arrivato ad Arbana il 28 settembre, e curerà i collegamenti con la missione inglese del gen. Davis, essenziale per l’afflusso di metariali e notizie.

Barbi Cinti non avrà un rapporto facile con Azzi. Nel novembre 1943, quando le offensive tedesche metteranno alle corde il Comando Italiano Truppe alla Montagna ha una visione diversa dal punto di vista operativo di quella di Azzi. Queste divergenze si accentueranno nel gennaio 1944, quando Barbi Cinti decide di lasciare Azzi ed il Comando ed aggregarsi alla Missione Britannica, consa che non viene presa bene dallo stesso Azzi. Ormai la situazione è compromessa. Il Comando Italiano Truppe alla Montagna è praticamente paralizzato, le truppe dipendenti disperse dall’azione tedesca. Barbi Cinti segue la missione Britannica, che viene però catturata a metà gennaio 1944. Nonostante che sia uno degli ufficiali italiani più ricercati in Albania, non viene riconosciuto dai tedeschi per quello che era in quanto al momento della cattura da il suolo nome di Barbi, e non barbi Cinti. Considerato come un comune prigioniero viene ricoverato in ospedale.

Viene riconosciuto dai tedeschi grazie ad un confronto con il s,ten. Schiano, un altoatesino gia suo aiutante di volo a Schajk, che nella primavera del 1944 aveva tramutato il nome in quello di von Metz. Consegnato alle SS di Tirana subisce pesanti interrogatori ed è convinto che alla fine sarà fucilato e quindi assume un atteggiamento di quello che non ha più nulla da perdere. Forse anche per questo viene inaspettativamente consegnato ad un campo di prigionieri e quindi si può salvare.

Rientrato in Italia, nel 1945-1946 è presidente della Commissione per il riconoscimento delle qualifiche di Partigiano. Ha una vita tormentata per via della sua cagionevole condizione di salute, soprattutto psicologica dovuta alle esperienze passate. Muore a metà degli anni 50.

La figura di Barbi Cinti è tanto rilevante nel panorama della resistenza in Albania, quanto disconosciuta in Italia e soprattutto nell’ambito della Aeronautica. Anche Barbi Cnti paga l’oblio che è caduto sulle vicende dell’Albania fino agli anni novanta ed anche dopo. Rappresenta però una delle figure più fulgide di determinazione, chiarezza di idee, senso dell’onore militare, disciplina e raziocinio, che si sono rilevate nella crisi armistiziale in Albania e grazie alle quali è stato pissibile costituire quel C.I.T.a. M. che rappresenta la risposta reale alla resa ed all’internamento.

 

 

Gen. Arnaldo Azzi

 

Comandante della Divisione “Firenze” schierata nel dibrano, sul confine con la Bulgheria, il Gen. Azzi è uno di quei generali italiani che all’indomani dell’annuncio dell’armistizio non cede immediatamente le armi ai tedeschi. Tenuta alla mano in modo fermo la divisione, decide di lasciare Dibra e puntare al mare, nella speranza di trovare un  imbarco per l’Italia. Ha un ottimo rapporto con i partigiani e la popolazione albanese e questo gli permette dei movimenti sicuri. In collegamento con le missioni inglesi presenti sul territorio di suoa competenza ha da loro notizie ed indicazioni.

Il 22-23 settembre è affrontato dai tedeschi a Kruja. La battaglia che si accende è violenta: Azzio, con la divisione vuole aprisrisi la strada verso il mare, ma è bloccato, anhe per l’atteggiamento passivo, si può dire anche tradimento della 82 Legione Camicie nere che abbandona il suo posto nello schieramento facilitando la penetrazione aggirante tedesca. Non senza difficoltà, Azzi (il s.ten. Arlotta spara tre colpi di mortaio sul cascinale ove Azzi e gli altri comandati stanno decidendo se arrendersi o salire in montagna con i partigiani) decide di raggiungere a Peza il Comando dell’ELNA. E’ una marcia difficile che si conclude con il passaggio della Firenze nelle fila dell’ELNA.

Trovato già operante il C.I.T.a.M, il gen. Azzi ne assume il Comando il 28 settembre 1943, con il ten. Col. Goffredo Zignani come Capo di Stato Maggiore.

L’azione di comando di Azzi è lineare: vuole approntare al più presto unità operative per la guerra partigiana per continuare la lotta al tedesco. Essenziale, però, nella sua visione che si stabilisca un collegamento con l’Italia, al fine di chiarificare meglio conpiti e scopi, ma soprattutto di risolvere il problema dei rifornimeti, senza i quali, non solo non si poteva combattere ma  la sopravvivenza sarebbe messa in dubbio.

Invia, senza colsutare il Comando dell’ELNA e le missioni inglesi il magg. Chiarizza in missione in Italia. Questa missione non riuscirà e Chiarezza dovrà ritornare al Comando dopo vari tentativi di imbarcarsi andati a vuoto. E’ la fine operativa del C.I.T.a.M. Nel gennaio del 1944 Azzi e i suoi ufficiali si rifugiano in alta montagna, e fanno, rispetto alla missione Britannica di Davis, la scelta giusta. Non sono catturati e riescono a passare l’inverno.

Con la primavera e con l’inizio della offensiva partigiana, Azzi ed i suoi uomini comprendono che gli Albanesi insistono nel loro rifiuto di non costituire nuove unità italiane oltre al Battaglione “Gramsci”. Gli Italiani possno combattere singolarmente nelle file dell’ELNA, ma non in modo autonomo con propri reparti. E’ il timore che al momento della vittoria, si possa asserire che l’Italia ha contribuito con proprie unità alla liberazione dell’Albania. In questa prospettiva viene agevolato il rientro di Azzi e dei suoi ufficiali in Italia, cosa che avviene nel giugno del 1944.

Il gen. Azzi diviene uno dei propugnatori dell’azione italiana in Abania e a fine guerra si inpegna politicamente nelle fila del partito d’Azione ed è attivo nell’A.N.P.I, cosa questa che in parte gli fa perdere simpatie in alcuni circoli militari della Capitale.

Il gen. Azzi rappresenta la risposta combattente alla crisi armistiziale. Spesso viene messa in sistema con quella di altri generali in Albania, Chiminello, Lugli, Princivalle, Torrioni, che cedettero senza riflettere agli ordini superiori.

Grazie ad Azzi la “Firenze” con la sua andata in montagna diede la struttura operativa portante all’Esercito di Liberazione Albanese, in termini di uomini, mezzi, materiali e procedure di combattimento. Si puà dire che li dove era necessario un addestramento per l’uso dell’arma lì vi erano uomini della Firenze. L’artigliera dell’ELNA per tutta la guerra fu rappresentata dalla 6 e dalla 9 Batteria del 41 Reggimento Artigliara della Firenze. Azzi quindi è la figura “combattente” italiana nel fronte di resistenza Albanese, che non cedette le armi e portò i suoi uomini a combattere in montagna.

 

 

Col. Fernando Raucci

 

Dai Documenti tedeschi redatti all’indomani della cattura del col. Fernando Rauchi si legge “ Il col. Raucci si è dichiarato volontariamente disposto a partecipare alle operazioni dei partigiani. Il 28 ottobre 1943 per ordine del generale italiano Arnaldo Azzi ha assunto il comando delle unità armate e disarmate delle Truppe Italiane alla Montagna dislocate nella zona di Peza e in questa veste ha divulgato esortazioni ai soldati italiani a combattere contro i tedeschi.”

Appartenente allo Stato maggiore della ) Armata, il 19 settembre raggiunge Peza pe sottrarsi alla cattura dei tedeschi ed essere avvito a Bitoly. Qui assume il comando del I Battaglione in via di formazione e presta la sua opera per dare una organizzazione operativa al C.I.T.a.M. Dalle fonti non appare chiaro il motivo per cui non ha assunto, essendo colonnello, il comando del C.I.T.a.M, essendo Barbi Cinti ten.col. Una ragione può essere che in realtà il comando del battaglione era in pratica il Comando del C.I.T.a.M.

Raucci svolge una azione silenziosa ed efficace, finalizzata ad inquadrare i soldati.

Assume il Comando della zona di Peza ed opera con il capo partigiano Myslym Peza, risolvendo con estrema diplomazia numerose situazioni. Ha alle sue dipendenze nel mese di ottobre tre battaglioni per circa 1500 uomini: il 1 Battaglione (300 uomini al comando del ten.col Zignani), il II Battaglione “Morelli” con 750 uomini e il III Battaglione “Mosconi” con 450 uomini. Inoltre ha altre unità e formazioni che portano la consistenza organica a 2730 uomini pronti ad agire. Un successo notevole, essendo la zona di peza la più organizzata delle 12 zone in cui si era ordinato il C.I.T.a.M.

Grazie ad uomini come Raucci si riusci in questa impresa che sembrava impossibile all’indamni della crisi armistiziale e agli atteggiamenti di resa.

Mentre in Italia le formazioni partigiane ancora erano di la dal formarsi e solo nel dicembre del 1943 avranno una certa consistenza, ancorché minima, in Albania i nostri soldati danno vita a unità che in Italia si vedranno solo nella secondametà del 1944. Lo sviluppo del movimento partigiano in Albania lo si deve a Uomini come Raucci: un lavoro silenzioso ma efficace. Un successo che allarma i tedeschi e che decidono di lanciare contro queste forze ben cinque offensive impegnando unità e truppe di una certa consistenza.

Nelle battaglie di ottobre e, in quella per lui, conclusiva dell’11 novembre 1943 il suo comportamento è ineccepibile.

Il Comportamento esemplare tenuto da Rauchi al momento della fucilazione da parte dei Tedeschi suggella una vita  i cui lineamenti sono improntati alla chiarezza di idee, ad un concetto del dovere e dell’ononre militare lienare. Le fonti attestano che questo comportamento,insieme a quello del ten. Col. Zignani, ebbe una vasta eco di ammirazione fra le popolazioni albanesi dell’area di Elbassan. E questo sottolinea in modo preciso la figura e l’opera del col. Rauchi.

 

Ten. Col. Goffredo Zignani

 

Nell’arco di tempo he va dalla gestione della crisi armistiziale da parte del Comando della 9 Armata alla sua fucilazione il 17 novembre 1943 ad Elbassan, il ten. col. Goffredo Zignani svolge ruoli diversi, ma tutti incisivi e determinanti per affermare la volontà italiana di non cedere a compromessi e dare vita a forme di resistenza ai tedeschi.

Dalle fonti tedeschi si apprendono i seguenti giudizi; “S.E. il generale Dalmazzo era conosciuto come un convinto nazional fascista, con tendenze filotedesche; il generale Tucci era notoriamente amico dei tedeschi e dell’Asse; il ten. col. Zignani era imperscrutabile; il cap. Fredegoni si adottava a seconda dei suoi superiori” Tutta la trattativa che si svolge nell’ambito del comando della 9 Armata discende da questi giudizio. In pratica la 9 Armata è consegnata ai tedeschi, senza che opponga reistenza. Zignani, ed altri esponenti del Comando come il col. Raucci, cercano di intervenire, ma vengono emarginati dall’azione dei Capi, soprattutto quella gel capo di stato Maggiore gen Tucci, che ha anche scontri verbali con Zignani. La decisione di salire in montagna matura in questi giorni, mentre si vede il cedimento progressivo verso i tedeschi, sapendo nel contempo che essi sono deboli e che una azione decisa e orientata alla resistenza avrebbe avuto sicuramente successo. Lo smantellamento della organizzazione italiana di Comando è condotto dai tedeschi con abilità e questo non sfugge alla osservazione di Zignani, ma non può opporvisi.

Raggiunta Arbana, il 19 settembre, e trovato già esistente il C.I.T.a.M. ne assume immediatamente le funzioni di Capo di Stato Maggiore ed in questa veste, tra le altre, conduce le trattative per riuscire a portare la divisione “Brennero” in montagna. Zignani si era reso conto che non vi erano truppe. Nonostante tutta la buona volontà ad Arbana vi erano solo soldati isolati o piccoli gruppi, non vi erano unità organiche, anche se ridotte. Occorreva provvedere in questo senso se si voleva dare un compito operativo al C.I.T.a.M. Inoltre la situazione logistica era allarmante: gli albanesi non avevano nulla e difficilmente si poteva svolgere attività partigiana senza un sostegno efficace. Ancora non si sapeva che la Firenze avrebbe deciso di raggiungere il C.I.T.a.M.

Le trattative furono condotte da Zignani in modo appassionato, ma si scontrò con la incertezza del ten. col Calligaris, che diffidava oltre il dovuto dei partigiani, e della volontà del gen. Princivalle, che ormai era orientato ad accettare l’offerta tedesca di raggiungere il Nord Italia. Princivalle poi aderirà alla RSI.

L’arrivo della Firenze risultò efficace e quindi risolse il problema e si potè operare come desiderato. Zignani lascia l’incarico di Capo di SM e assume un compito molto difficile: quello di rendere operativo il I Battaglione, composto da soldati di varia provenienza. E’ un compito arduo, difficile, che viene svolto tra mille difficoltà, data la natura dello stesso e le diffidenze dei Albanesi, come vedremo più avanti.

Tutta questa attività viene esposta in una relazione, datata 23 ottobre 1943, che viene inviata al Comando Supremo a Brindisi.

Con questa relazione Zignani indirettamente apre il grande interrogativo: perché non furono aiutati e sostenuti i nostri militari in Albania e praticamente abbandonati a loro stessi. Era noto a Brindisi, ed anche al Comando Alleato, che in Albania formazioni in armi di militari italiani erano saliti in montagna e avevano fatto fare un salto di qualità all’E.L.N.A. Anche se gli Alleati non si volevano impegnare nei Balcani e che gli Statunitensi avevano nelle loro direttive strategiche il limite di non inviare nessun soldato in Balcania, un aiuto alle formazioni in Albania avrebbe sicuramente impegnato di più i tedeschi. Inoltre per il Comando Italiano era doveroso portare soccorso materiale ai nostri soldati. In tutto il 1943 e il 1944 le nostre formazioni non ricevettero, come quelle in Montenegro e in Jugoslavia, alcun aiuto.

 

Il ten. Col. Zignani si mostra valoroso in combattimento durante le operazioni dell’ottobre 1943. Il suo apporto alle unità operative del C.I.T.a.M. è basilare. Si rende conto che solo creando delle formazioni efficienti si riesce ad ottenere il rispetto e la considerazione degli albanesi e, in prospettiva, anche gli aiuti delgi Alleati. Quindi volontariamente assume il comando del I Battaglione, composto da tutti sbandati, come detto. I suoi subalterni, magg. De Angelis, i comandanti di compagnia cap Lunardini e cap. Floreali, lo mettono sull’avviso: la massa deli uomini affermava apertamente di voler andare ai lavori anziché combattere. Riuniti gli uomini il discorso che egli fa a loro è una pagina degna di nota nel quadro della Resistenza in Albania. Tra l’altro ricorda a tutti che la dichiarazione di guerra alla Germania il 13 ottobre imponeva a tutti i soldati il preciso dovere di combattere. La deficienza dell’equipagiiamento, del vitto e dell’armamento non era una giustificazione. In molti non capirono che “un soldato senza un arma non conta nulla” ed è in balia degli avvenimenti, come per molti le successive esperienze amare avrebbero ampiamente dimostrato. I risulati di questa opera non furono eccellenti: oltre la metà degli uomini chiesero di non combattere e Zignani si trovò con soli 100-120 uomini del suo battaglione.  A noi rimane di sottolineare la tempra e la statura morale del ten. col. Zignani che in quelle circostante non ebbe il minimo tentennamento di fronte a quello che andava fatto.

Non aiutato ne da americani ne da italiani, il C.I.T a.M subi l’ennesima offensiva, la “505” secondo la denominazione tedesca. In questa operazione , l’11 novembre 1943, nella zona di Cermis le unità al comando del ten. col.Zigani furono accerchiate e disperse e Zignani, insieme al col Raucci fu fatto prigioniero.

La ragione per cui Raucci e Zignani furono fucilati è nota: erano saliti in montagna per non voler consegnare le armi, per non consegnarsi ed arrendersi e per combattere i tedeschi. Al momento della cattura erano in uniforme italiana e combattevano secondo gli usi e le leggi di guerra, dopo che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Germania, il 13 ottobre 1943.

Da parte tedesca si doveva solo procedere a dichiarali prigionieri; altre azioni erano fuori del Diritto Internazionale. Basti pensare ai francesi di de Gaulle che combattevono contro di noi, o i Polacchi di Anders che operarono in Italia per citare solo sue esempi. Da parte italiana la figura di Zignani e di Raucci richiama tutti al fatto che nel novembre 1943, prima della Battaglia di Montelungo (8 dicembre 1943) soldati italiani in divisa combattevo apertamente i tedeschi. Basta solo questo per dimostrare che la guerra di liberazione fu condotta anche dalle Forze Armate e non può circoscriversi al solo movimento partigiano del nord.

Una figra chiave, quella del ten. col Zignani, nel quadro della guerra di liberazione, intesa come una guerra combattuta su cinque fronti: Il sud, il nord con il movimento partigiano del CNLAI, la resistenza del filo spinato, la resistenza all’estero e la prigionia.

 

 

Terzilio Cardinali

 

Proveniente alla truppa, rappresenta l’evoluzione del soldato italiano in Albani, da oppressore ed invasore a combattente per la libertà.

Gia combattente nella guerra d’Eiopia, ove viene decorato di medaglia di bronzo, appartiene alla divisione “Firenze” ed è uno dei primi uomini a raggiungere i reparti Partigiani. Qui trova alcuni sodlati italiani che già prima della dichiaraione d’armistizio avevano disertato per ragioni ideologiche.

ELNA ha solo tre battaglioni e  con i soldati italiani crea il IV, dando via alla I Brigata Proletaria, intitolandolo ad “Antonio Gramsci”. Vi sono ammessi solo soldati, tranne il medico, il s.ten. Delle Sedie.

Il battaglione è completamente lontano dal C.I.T.a.M ed è inquadrato nella ELNA, e rappresenta l’espressione ideologica, intesa come reazione a quella dominate del 1943.

Il Comando del Battaglione è affidato a Terzilio Cardinali, con le tre compagnie a Romeo carnelutti, Giuseppe Monti, e Giovanni Battista Cavalletto. In un primo momento fu designato come commissario politico di battaglione  Leo del Ponte, ma dopo la diserzione di questi fu nominato Alfredo D’Angelo.   Tutti provenienti, come la maggior parte dei soldati, dalla Toscana.

 Nei giorni successivi qualche ufficiale aveva preso contatto con il battaglione, ma appurata la forte connotazione politica o se ne erano allontanati oppure non erano stati accusati.

Come comandante Terzilio cardinali mostra tutto il suo valore alla battaglia di berat, ai primi di novembre 1943. Qui il battaglione è impegnato a fondo; il tradimento dell’albanese Xhedal Staravecka, porta i tedeschi alla vittoria ed alla distrzione del Battaglione. Si salvano pochi uomini, una decina, tra cui Cardinali.

Raggiunto il Comando Albanese, il battaglione viene ricostruito e sempre posto al comando di Cardinali. Nelle offensive  di gennaio e febbraio, il battaglione viene decimato, e quindi all’inizia della primavera si deve procedere alla terza ricostruzione del Battaglione.

A differenza degli altri reparti italiani, che una volta distrutti o annientati, non vengono ricostruiti, il “Gramsci” è ricostruito: rientra nel quadro della politica dell’ELNA di utilizzare, da una parte, solo a livello individuale i militari italini o inquadrati in reparti alabanesi; dall’altra autorizzare una unità italiana solo a forte connotazione ideologica, quale è il “Gramsci”.

Terzilio Cardinali opera in questo senso ed è im primo piano a queste ricostruzioni ed ai combattimenti, in cui è sempre in prima linea.

Terzilio Cardinali cade l’8 luglio 1944, alla testa dellea sua compagnia. Le fonti sono abbastanza sufficienti per ricostruire le vicende della fine di Cardinali. La versione più attendibile sulla morte di Cardinali rileva aspetti che contraddistinguono la lotta in Albania degli italiani. La compagni del “Gransci”, al comdando della quale cadde con un colpo alla fronte Cardinali, fu lasciata scoperta dalla ritirata improvvisa degli Albanesi. Scoperta su tutti i fianchi, essa sarebbe stata destinata alla distruzione; percio, intuito il pericolo, sotto il tiro dei tedeschi, sta per disperdersi. Cardinali urla ed insulta i suoi uoimini, già presi dal panico, e si alza da riparo per incitarli a non retrocedere mentre avrebbe dovuto, assecondando la tattica partigiana, egualmente ritirarsi ad avere salva la vita. Ma il suo orgoglio di comandate ed il suo personale coraggio ne decino la fine ed egli, a quel punto, cade.

La fine di Cardinali rappresentò una grave perdita che si ripercuoterà sull’efficienza del battaglione fino alla fine della guerra.

Una figura che viene imposta per i suoi caratteri. Il Battaglione Granisci, raccoglierà tutti i soldati italiani combattenti in Albania, prima trasformandosi in brigata e poi in Divisione, avallando poi la tesi che in Albania abbiano combattuto solo soldati ideologizzati. Non è vero, ma per 40 anni, questa è stata la versione accrediata, non rendendo un servizio utile a tutti i combattenti italiani in Albania, condannandoli all’oblio, e soprattutto a Terzilio Cardinali ed al suo valore. Il valore di un soldato italiano.

 

 

Gen. Gino Piccini

 

Non la descrizione della figura del Generale Piccini, ma solo una constatazione.

Vice Comandante della Divisione “Firenze” il gen. Piccini rimane in uniforme, armato dall’8 settembre 1943 al 16 agosto 1946. Rappresenta in simbolo del militare all’estero, abbandonato a se stesso, non viene meno al suo dovere, e non cede nelle difficoltà. La sua azione è fondamentale per il rimpatrio dei soldati italiani all’indomani degli accordi sottoscritti dal sottosegretario Palermo. Con lui riescono a ritornare in Italia, tranne un battaglione di 800 uomini, tutti coloro che non vollero consegnarsi ai tedeschi.